Gli ostacoli che incontrano i migranti “neocomunitari” – in particolare i rumeni – nel vedersi riconosciuti i propri diritti hanno delle impressionanti analogie con le vicende degli emigranti del Sud Italia di qualche decennio fa.
Allora come oggi, il principale problema era la residenza anagrafica: vera e propria “porta di accesso” ai diritti (assistenza sanitaria, prestazioni di welfare, riconoscimento giuridico), essa veniva e viene negata in base ad un uso estensivo della discrezionalità amministrativa. Stefano Gallo, studioso della storia dell’emigrazione italiana e attivista di Africa Insieme, propone un parallelo tra i “terroni” di allora e i “terroni” di oggi: evidenziando le analogie, ma anche le differenze.
Rumeni, “terroni” di Stefano Gallo (Africa Insieme di Pisa)
Negli ultimi tempi abbiamo partecipato a vari incontri e dibattiti in cui veniva avanzata da parte dei rom rumeni la questione della difficoltà ad ottenere la residenza anagrafica, spesso negata dalle amministrazioni comunali. In queste occasioni è successo che qualche italiano, per esperienza diretta o per semplice conoscenza, facesse il paragone con la situazione degli immigrati meridionali che dopo la seconda guerra mondiale si recavano al Nord a cercare lavoro. Anche a loro, che spesso abitavano nelle periferie delle grandi città, in baracche o in cascinali abbandonati, le amministrazioni negavano la residenza anagrafica.
Siamo convinti che la memoria di questa “ingiustizia” subìta dagli italiani del Sud solo pochi decenni fa, così come tutte le altre difficili vicende della emigrazione italiana ben raccontate da libri di successo come quello di Gian Antonio Stella (L’orda, quando gli albanesi eravamo noi), possano essere utili a comprendere quello che stanno passando i rom rumeni, neo-cittadini europei, ai margini delle città della penisola.
Spulciando i quotidiani degli anni cinquanta, è impressionante notare il ripetersi nei titoli dei giornali di espressioni ampiamente utilizzate ai giorni nostri, ma dirette allora contro i meridionali: «invasione», «flusso irresistibile», «lugubri bidonville », «tribù fameliche», «l’Africa in casa». E anche le opinioni dei lettori riportate dai giornali non erano molto diverse. Così si esprimeva un torinese nel 1956 scrivendo a una rivista: «continuando di questo passo, fra qualche anno non dei “meridionali a Torino” bisognerà occuparsi, bensì dei torinesi stessi, i quali si troveranno a dover abitare una città in cui saranno a mala pena dei “tollerati”».
È evidente come il vocabolario dell’intolleranza e la retorica della paura del diverso non si siano evoluti molto negli ultimi cinquanta anni, di fronte a gruppi di persone, provenienti da un qualsiasi ‘fuori’, che si ritrovano a vivere, per le più svariate ragioni, in condizioni abitative precarie.
Una di queste ragioni, e non la minore, stava proprio nell’atteggiamento delle amministrazioni locali, e riguardava proprio la questione della residenza anagrafica. Avvalendosi di una legge fascista emanata alla vigilia della guerra (la numero 1092 del 1939), i comuni non iscrivevano nel registro dei residenti i meridionali sprovvisti di un contratto di lavoro, per evitare così di dover riconoscere loro l’accesso ai servizi sociali locali, primo tra tutti l’inserimento nelle liste di attesa per l’assegnazione di alloggio popolare. Così facendo però ne impedivano l’iscrizione al collocamento, per il quale era necessaria la residenza nel comune. I risultati di questo circolo vizioso in cui venivano immessi gli immigrati erano: la marginalizzazione in abitazioni improvvisate e autocostruite; la loro permanenza nei settori sommersi del mercato del lavoro. Il “boom economico” italiano si è basato in larga parte, come ormai è riconosciuto dagli storici, sull’utilizzo di questa manodopera illegale e a buon mercato.
Ma le somiglianze purtroppo finiscono qua: quello che più allontana l’esperienza storica dei meridionali nell’Italia del Nord da ciò che accade oggi ai rom rumeni nell’intero territorio nazionale, sta nella reazione sociale di protesta a questo stato di cose. Negli anni cinquanta si articolò lentamente, ma in maniera ampia e condivisa, un processo di riconoscimento pubblico della ingiustizia provocata dall’utilizzo differenziale del diritto a seconda delle categorie interessate: negare a una persona proveniente dal Sud Italia l’insieme di diritti riservati agli altri, contraddiceva la nozione stessa di cittadinanza. Il fatto stesso che in un angolo della memoria collettiva si sia conservata traccia di questo fenomeno è dovuto al dibattito che si sviluppò in quel periodo, da parte di partiti, personalità e istituzioni dello Stato. Luigi Einaudi denunciava dalle pagine del Corriere il carattere anti-liberale della norma fascista, l’Istat protestava contro l’applicazione di misure che escludevano dalle statistiche persone effettivamente presenti nelle città, il Partito Comunista promosse la formazione di gruppi organizzati tra le borgate di Roma per ottenere dal Comune la “libertà di residenza”. Il potere politico, di fronte a una campagna stampa proveniente da più fronti, e grazie anche al peso elettorale che i meridionali avevano assunto nelle circoscrizioni settentrionali, si convinse finalmente ad abrogare la legge del 1939 e ad impegnarsi perché fosse rispettato il diritto di residenza, sancito dall’articolo 16 della Costituzione.
Oggi il compito di ricordare alle amministrazioni comunali e alla società nel suo insieme l’importanza di questo diritto, viene assunto localmente da qualche organizzazione che opera sul territorio e, a livello nazionale, da un debolissimo fronte di opinione pubblica. La retorica securitaria ha bruciato il terreno per un discorso condiviso che assuma come base di partenza la questione dei diritti. La nozione di cittadinanza europea non ha ancora abbastanza forza per costringere le autorità a cambiare atteggiamento, e i comportamenti discriminatori dei Comuni consentono di non sovraccaricare e mettere così in discussione un sistema di erogazioni sociali scarse. L’isolato monito della Comunità europea sulla mancanza delle misure antidiscriminatorie attuate dall’Italia nei confronti dei rom è caduto nel vuoto.
Nel frattempo dobbiamo accontentarci di constatare che i rom rumeni sono più “terroni” dei “terroni storici”.
Stefano Gallo, 7 Settembre 2007 (dal sito di Africa Insieme)








Che vergogna, è facile parlare senza un contraddittorio con chi i terroni non gli ha voluti, non gli ha mai sfruttati non è mai andato in vacanza in meridione, ma a parte tutto ciò è costretto a viverci assieme per colpa di uno stato meridionalista e fazioso e degli imprenditori che non siu curano di dare lo stesso benessere a persone della loro razza, ma le sacrificano in funzione del guadagno, guadagno che traggono dall’utilizzo di manodopera meridionale e dal pagamneto della stessa tramite contratti nazionali che vessano gli abitanti autoctoni del nord.
E avete il coraggio di scrivere queste stronzate sulla memoria, cosa credete che abbasseremo la testa e staremo a guardare?
Non fate altro che far alterare gente dalla quale dipendete come un bimbo adottato da suo tutore…