Può sembrare paradossale, ma uno degli strumenti di inferiorizzazione e di degradazione simbolica dei migranti è l’evocazione indiscriminata del racket di cui sarebbero vittime. Si tratta, all’apparenza, di un discorso antirazzista, o comunque aperto e disponibile: “loro (i migranti) vengono in Italia spinti da organizzazioni criminali senza scrupoli, sono sfruttati dalle stesse organizzazioni e mandati sulla strada, a fare le prostitute (se donne) o i lavavetri (se uomini, e Rom), e dunque vanno aiutati”.
Intendiamoci: fenomeni come il racket, la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento criminale dell’immigrazione esistono davvero. Sono cose serie e drammatiche. Qui non si tratta di negare questa realtà, ma di evidenziare come una loro evocazione disinvolta e indiscriminata - a prescindere dai dati di fatto - possa diventare uno degli strumenti di inferiorizzazione degli stranieri: che diventano, così, non soggetti a pieno titolo che scelgono il proprio destino emigrando nel nostro paese, ma semplici vittime - inermi e indifese – dei loro sfruttatori. Da aiutare poi, possibilmente, facendoli tornare a casa loro (inevitabile corollario di discorsi di questo tipo…).
Questo discorso è emerso in particolare l’Estate scorsa, a proposito del delirante dibattito sui lavavetri sviluppatosi a seguito delle note ordinanze fiorentine. Qualcuno, nel tentativo tanto generoso (nelle intenzioni) quanto disastroso (negli esiti) di fermare il delirio securitario, ha tirato fuori la storiella facile facile: la colpa non è dei Rom che lavano il vetro, ma delle organizzazioni criminali che li costringono a farlo. Dunque, chi va punito è lo sfruttatore, e non la vittima. Ma è proprio così? I Rom che troviamo ai semafori a chiedere un po’ di elemosina stanno lì perchè qualcuno li sfrutta?
Il 30 Agosto scorso, il quotidiano Il Manifesto intervistava Valter Giovannini, Pubblico Ministero a Bologna, che nel 2005, sulla base della segnalazione di un quotidiano, provò a cercare i presunti sfruttatori: inviò una squadra di carabinieri, che si finsero pulitori di vetri agli incroci dei principali semafori. La conclusione dell’inchiesta, così come riassunta da Giovannini, è chiara: “Non c’è stata nessuna azione intimidatoria e violenta contro i militari finti lavavetri, nessuna persona esterna è intervenuta e non è emerso niente che lasciasse immaginare l’esistenza di un racket, dove per racket si intenda lo sfruttamento organizzato di un’attività per trattenere la parte più significativa dei profitti” [G. Marcante, Il PM: "Il racket? Dai nostri accertamenti nessun elemento, in "Il Manifesto", 30 Agosto 2008, pag. 6].
In un altro articolo del Manifesto, la giornalista Cinzia Gubbini intervistava Antonio Di Maggio, comandante dell’VIII Gruppo e del Gruppo sicurezza urbana della polizia municipale di Roma: anche in questo caso, non emergeva un racket, ma qualche occasionale conflitto tra gruppi diversi di Rom per “aggiudicarsi il semaforo” [C. Gubbini, Dai polacchi ai rom, il mestiere dei «vù lavà», in "Il Manifesto", 29 agosto 2007].
L’ultima ricerca tra quelle disponibili in materia viene invece da Pisa, ed è stata condotta da Laura Begnini nell’ambito di uno studio sulla marginalità abitativa dei migranti in città condotto da Africa Insieme. Oltre a smentire il mito del racket, la ricerca di Laura fa il punto su quanto guadagna un lavavetri: 2,5-2,8 euro all’ora in media, per un introito mensile di circa 500 euro su 45 ore di lavoro settimanali. Un po’ poco, per diventare un”mestiere” appetibile per il racket: quanto guadagnerebbe uno sfruttatore, taglieggiando una manciata di lavavetri?
Qui sotto la ricerca di Laura Begnini è anche la prima – e, a quanto pare, l’unica – a raccontare la vita quotidiana, i problemi, le ansie e le frustrazioni di chi sta al semaforo. Non per caso si intitola “un lavoro dimenticato”.
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Vita di semaforo. Inchiesta su un lavoro dimenticato
Laura Begnini
Da: Africa Insieme, Vite di scarto. Marginalità sociale e marginalità abitativa dei migranti a Pisa, 2006
1. Introduzione: il semaforo come luogo di contatto tra mondi
Chiunque transiti in macchina nella zone di Pisa limitrofe al centro non può non aver notato che quasi ad ogni semaforo vi sono gruppi più o meno ampi di stranieri che fanno la questua: alcuni con un cartello, altri che si avvicinano e chiedono direttamente in un italiano per lo più stentato, altri ancora offrendosi di lavare il vetro dell’auto in cambio di un’offerta.
La maggior parte delle persone che fanno la questua al semaforo sono stranieri di origine Rom e Rumena; quasi tutti vivono in baracche di fortuna situate a poche centinaia di metri da luoghi che gli abitanti di Pisa frequentano abitualmente: tuttavia in questi contesti, non vi è alcun reale contatto fra noi italiani e questa tipologia di stranieri.
E’ proprio il semaforo invece l’unico momento di contatto fra i due insiemi: ciò avviene per la maggior parte degli autoctoni, se si escludono alcune tipologie professionali – operatori del sociale, insegnanti e medici – ma anche per questi stranieri, che, come vedremo, vivono in una condizione che esclude qualsiasi altra modalità di approccio con gli italiani.
L’aspetto che mi è sembrato in assoluto più interessante dal punto di vista sociologico, è che questo luogo è molto spesso l’unico punto di contatto tra due mondi, due insiemi di persone che convivono sul territorio della nostra città.
Questo lavoro si propone dunque di indagare il semaforo anche come momento di creazione dell’immagine dell’altro, perché in seguito a questo contatto l’automobilista italiano si crea un’opinione su queste persone, così come chi fa la questua ricava un giudizio sugli italiani a seconda della loro reazione. Ho dunque cercato di mettere a confronto da un lato le opinioni più diffuse fra gli italiani, e dall’altro la situazione reale che spinge gli stranieri al semaforo, chiedendo loro di raccontare anche il proprio vissuto di opinioni e sentimenti rispetto a tale scelta.
I risultati di tale confronto, pur non avendo pretese di esaustività, dimostrano come i giudizi su questo fenomeno da parte degli autoctoni siano assolutamente privi di legami con la realtà oggettiva (salvo che per alcuni aspetti, come quello della percezione dell’aumento del numero di persone presenti) e si strutturino a prescindere da motivazioni razionali. A mio parere tali opinioni si possono dunque ascrivere alla categoria del pregiudizio come costruzione sociale: in quest’ottica credo sia importante dare voce ai protagonisti, agli “oggetti” di tale costruzione sociale, per tentare di scalfirla, nell’ottica di una riduzione dei conflitti e delle discriminazioni interetniche presenti sul nostro territorio.
2. I pregiudizi degli autoctoni
Vi sono una serie di opinioni che gli italiani hanno sugli stranieri che fanno la questua al semaforo: una parte di esse coincide con ciò che pensano più in generale della presenza degli immigrati stranieri tout-court sul nostro territorio. Tali orientamenti di pensiero sono stati ampliamente analizzati negli ultimi anni attraverso numerose indagini e sondaggi.
Esiste poi una serie di opinioni e giudizi in merito al caso particolare dei rom-rumeni ai semafori che ho avuto modo di ascoltare negli ultimi due anni in occasione delle attività di accompagnamento ai servizi svolta per conto dell’Associazione; a queste si uniscono i commenti rivolti da alcuni automobilisti agli stranieri intervistati.
Quest’ultima tipologia è secondo me molto interessante, in quanto – pur non rappresentando, evidentemente ed auspicabilmente, le opinioni della maggior parte degli autoctoni – rappresenta l’espressione libera di convinzioni profonde. Queste vengono alla luce quasi senza mediazioni: senza cioè quel filtro, che potremmo definire politically correct, che provoca una sorta di autocensura in contesti dove posizioni apertamente intolleranti potrebbero essere duramente criticate.
L’idea maggiormente condivisa fra gli automobilisti pisani rispetto ai rom-rumeni ai semafori è che “sono troppi” o comunque, “sono in continuo aumento”.
Tale opinione, fra le varie in cui mi sono imbattuta, è quella meno permeata da connotazioni negative e che si avvicina maggiormente ad un dato reale: negli ultimi anni infatti, la presenza di questa tipologia di questuanti è aumentata notevolmente ai semafori della nostra città.
Quest’impressione può essere almeno parzialmente confermata dall’analisi dei dati relativi alla presenza di alunni di nazionalità rumena nelle scuole della Provincia di Pisa. Tali dati – essendo il diritto all’istruzione garantito a tutti i minori presenti a qualsiasi titolo sul territorio – comprendono sia i figli di persone regolari, sia quelli degli stranieri “irregolari”, quali sono la maggioranza dei questuanti dei semafori: non è dunque possibile “scorporare” questi ultimi dal dato complessivo, e le cifre debbono essere prese con una qualche cautela. Ciò nonostante è possibile avere alcune indicazioni utili per capire la portata del fenomeno: la presenza di alunni rumeni nelle scuole della Provincia di Pisa è passata da 54 unità nell’Anno Scolastico 2001/2002 a 112 nell’Anno Scolastico 2003/2004, risultando quindi più che raddoppiata nel giro di 2 anni.
L’aumento delle presenze rom-rumene è in parte legato anche a un dato normativo: come spieghiamo meglio in altri capitoli di questa ricerca, dal 2002 i cittadini rumeni che si recano in italia per brevi periodi non hanno più l’obbligo di richiedere il visto di ingresso all’ambasciata, e possono attraversare la frontiera muniti del solo passaporto. L’ingresso tramite questa modalità non consente di lavorare regolarmente e spesso la permanenza sul territorio si prolunga oltre la scadenza prevista: la quasi totalità delle persone da noi contattate nell’ambito di questa inchiesta ha utilizzato questa modalità di ingresso sul territorio.
3. Perché il semaforo
Alcuni di noi si chiedono cosa spinga una persona, pur potendolo fare, a lasciare il proprio paese per andare a vivere in un luogo dove non ha una casa e nemmeno la possibilità di lavorare.
La questua al semaforo è la prima attività che solitamente svolgono i rom-rumeni all’arrivo nel nostro paese. Per alcuni è diventato un lavoro stagionale: entrano in italia, fanno la questua per i tre mesi nei quali è consentita loro la permanenza sul territorio e poi fanno rientro, con i risparmi in questo modo messi da parte, in Romania, dove in gran parte dei casi hanno lasciato il resto della famiglia.
Per altri invece il semaforo rappresenta un mezzo di sostentamento per sé e per i componenti del nucleo familiare durante un primo periodo di assestamento, nel quale viene messa in moto una serie di contatti attraverso la rete di familiari e conoscenti già presenti e meglio “collocati” sul territorio, al fine di reperire un vero e proprio lavoro, sebbene irregolare.
La maggior parte di chi viene per la prima volta in Italia sa già che la questua al semaforo sarà un passaggio obbligato, almeno per i primi tempi: i nuovi arrivati ricevono alcune “dritte” da chi ha già una certa esperienza: si può trattare dell’insegnamento delle poche frasi di italiano necessarie per effettuare la questua o di un aiuto per scrivere un cartello che la spieghi e la espliciti. Tuttavia chi inizia a svolgere questa attività sa anche, dai racconti di chi ci è già passato, che consente in molti casi di mantenersi durante la permanenza sul territorio e di mandare qualcosa a chi resta in Romania.
La giornata al semaforo è scandita, per i nuclei familiari che non hanno altre entrate, come un vero e proprio lavoro a tempo pieno: si inizia di prima mattina, continuando fino alle 5 del pomeriggio; d’estate, con più ore di luce a disposizione, si può continuare fino all’ora di cena.
Un dato interessante è che la maggior presenza numerica è confermata anche da una chiara autopercezione interna e viene considerata come la principale causa della diminuzione del livello medio del guadagno giornaliero: se nel 2003 si potevano guadagnare fino a 30 euro al giorno, ora se ne prendono a malapena 20. Guadagnando tali cifre, un nucleo familiare composto da marito e moglie, entrambi impegnati al semaforo a tempo pieno, nel 2003 riusciva ad inviare in Romania, al netto delle spese per il vitto in Italia, circa 150-250 euro al mese. Il denaro veniva inviato attraverso un impresa “informale” che tratteneva circa il 30% come commissione per il trasporto: possiamo stimare che questo nucleo riuscisse a far pervenire ai propri congiunti una somma media mensile di circa 140 euro attraverso l’attività della questua al semaforo.
A chiunque di noi questa pare una cifra irrisoria, che non risolve i problemi economici di una famiglia e che soprattutto non giustifica la permanenza in uno stato straniero, senza alcun diritto, senza una casa, in condizioni di assoluto disagio ed emarginazione insomma.
La prospettiva cambia completamente se consideriamo alcuni dati del 2003 riguardanti la Romania, pubblicati nell’ambito di uno studio su questo paese realizzato dall’ Istituto nazionale per il Commercio Estero: «Nel 2003 uno stipendio medio lordo è stato pari a circa 177 euro, mentre il valore dello stipendio base minimo lordo fissato dal Governo equivale a circa 60 Euro». Combinando queste informazioni con quelle inerenti alla grave situazione di emarginazione sociale dei Rom in Romania8, senza dubbio la scelta di venire in italia anche avendo il semaforo come unica prospettiva a breve termine assume un significato alquanto diverso.
E’ interessante anche ragionare sulle modalità di scelta del semaforo: a Pisa ciascun incrocio viene occupato da un gruppo di conoscenti, solitamente provenienti dalla stessa zona della Romania, e che hanno mantenuto questa prossimità anche nella scelta del luogo dove accamparsi a Pisa.
Alcuni di questi gruppi sono effettivamente abbastanza numerosi: verrebbe da chiedersi come mai si concentrino su uno stesso semaforo, quando loro stessi percepiscono che la troppa concorrenza fa diminuire il guadagno.
Sono emerse due motivazioni alla base di questa scelta. La prima inerisce la riconoscibilità del questuante fra gli automobilisti che sono soliti transitare in una determinata zona: pare che il fatto di stare sempre a un semaforo e di essere riconoscibile dai passanti, crei a volte un embrionale rapporto fiduciario fra il questuante e alcuni automobilisti, i quali sembrano più propensi a dare denaro a uno straniero per loro “familiare”.
La seconda motivazione va a toccare il vissuto degli stranieri rispetto all’attività della questua: si sta al semaforo con il proprio gruppo, anche se un semaforo isolato sarebbe più redditizio, perché ciò fornisce una protezione su più livelli: il primo, più immediato, riguarda soprattutto le donne, che spesso sono destinatarie al semaforo di “proposte di lavoro” piuttosto ambigue da parte di qualche automobilista più spregiudicato di altri9; il secondo è legato alla sfera sociale: aver vicino dei conoscenti consente di potersi concedere ogni tanto una pausa e fare due chiacchere con qualcuno nella propria lingua, sfogandosi liberamente per la rabbia scaturita da qualche commento sgradevole, quando non si tratta di insulti gratuiti, dell’automobilista nervoso di turno.
4. Il lavoro
La domanda che più spesso gli italiani rivolgono agli stranieri al semaforo è: “perchè non ti trovi un lavoro?” Come abbiamo visto la situazione amministrativa di queste persone non consente loro la stipula di un regolare contratto: nella maggior parte dei casi aspirano a trovare un lavoro al
nero.
La totalità delle persone da me interpellate ha dichiarato di considerare l’attività della questua al semaforo dura, faticosa e soprattutto umiliante e di svolgerla soltanto perché non riesce a trovare altra fonte di reddito.
Coloro i quali sono riusciti nell’intento di svincolarsi da tale attività, sono, nella maggior parte dei casi, uomini; lavorano al nero e, almeno in una prima fase, in maniera saltuaria, su chiamata, a seconda delle necessità del datore di lavoro; non hanno la sicurezza di venire pagati e percepiscono retribuzioni orarie assolutamente irrisorie (si parla di 3–5 euro l’ora!); lavorano per lo più in imprese di edili, alcune di queste impegnate nella costruzione di edifici per importanti istituzioni della nostra città.
Nessuno di loro tornerebbe a fare la questua al semaforo, se non nel caso in cui vi fosse costretto dalla perdita del lavoro.
5. Differenze di genere.
Come abbiamo visto, nel gruppo di persone da noi contattate, la maggior parte di coloro che hanno trovato lavoro sono uomini; nella maggior parte dei casi sono riusciti a trovare una fonte di reddito alternativa al semaforo nel giro di 6-12 mesi.
Le donne tendenzialmente rimangono al semaforo per periodi molto più lunghi.
Prima di tutto, nel momento in cui i loro compagni riescono a trovare lavoro, si tratta di attività precarie, non continuative e mal pagate, per cui l’attività di questuanti svolta dalle donne continua ad essere un’importante fonte di reddito per il nucleo familiare.
Bisogna considerare che in tale situazione si pone spesso il problema di come prendersi cura dei figli: la maggior parte delle donne in questi gruppi ha uno o più figli minori, spesso molto piccoli.
Molti italiani giudicano negativamente la scelta di portare al semaforo i propri figli, come fosse una vera e propria strategia messa in atto al fine di impietosire maggiormente gli automobilisti; altri si limitano a considerarla un’azione che denota uno scarso interesse nei confronti della prole.
A ragion del vero, la maggior parte delle donne da noi intervistate non è solita portare “al lavoro” i propri figli: questi nuclei familiari, spesso allargati, sono raggruppati in piccole comunità ed è quindi abbastanza semplice per loro trovare qualcuno che si occupi dei bambini mentre sono al semaforo. In alcuni casi uno dei membri della famiglia, un nonno ad esempio, può occuparsi del bambino; se così non avviene è solitamente un altro del gruppo a farlo, pretendendo però in questo caso un compenso, solitamente pattuito nella metà del “guadagno giornaliero” della mamma.
Per le donne è più difficile che per gli uomini trovare un lavoro alternativo all’attività del semaforo per una serie di ragioni strettamente legate fra loro.
La maggior parte dei lavori tipicamente svolti dalle donne immigrate – addette alle pulizie o badanti – sono basati su rapporti fiduciari che presuppongono legami molto più stretti con il datore di lavoro, rispetto a quelli normalmente svolti dagli uomini stranieri che, come abbiamo visto, trovano impiego per lo più come manovali nel settore dell’edilizia; in entrambi i casi sono fondamentali i contatti e l’attività di mediazione, spesso svolta da connazionali.
Abbiamo anche rilevato alcuni casi di offerte di lavoro provenienti da italiani che hanno contattato gli stranieri direttamente al semaforo, senza intermediari; in questi casi, gli uomini hanno ricevuto per lo più offerte di lavoro in ambiti analoghi a quelli solitamente occupati: piccoli lavori di fatica per un paio di giorni, giardinaggio, manovalanza edile.
Invece le “proposte di lavoro” che le donne mi hanno raccontato di aver ricevuto al semaforo sono tutte a sfondo sessuale: dalle richieste di prestazioni di qualcuno che le “scambia” per prostitute, a personaggi loschi, sia stranieri che italiani, che propongono loro di “lavorare per strada” in maniera più “strutturata”.
La permanenza al semaforo, inoltre, impedisce alle donne di attivare quelle risorse che consentirebbero loro di avere maggiori chances di trovare un lavoro: mentre gli uomini, durante l’attività lavorativa nei cantieri, instaurano rapporti anche con gli autoctoni ed apprendono la lingua, loro, rimanendo al semaforo, non hanno modo di imparare che poche frasi di italiano.
Questa situazione le condanna a rimanere all’interno dei circuiti di emarginazione e sempre più dipendenti dai loro compagni.
6. Conclusioni: aperture e parole in libertà.
“Zingaro”, “Clandestino”, “Irregolare”, “Vagabondo”, “Accattone”, “Puttana”, “Ma perché non vai a lavorare?”, “Siete in troppi”: etichette oltremodo pericolose quando, diventando “senso comune”, finiscono per influire anche sulle politiche di gestione dei fenomeni migratori10. Questi filtri infatti non ci consentono di vedere la realtà e di capire le situazioni, i contesti che le producono e le motivazioni delle persone che le vivono.
Una di queste persone una volta, parlandomi del semaforo, mi ha detto: “Sai qual è la cosa che mi fa più rabbia quando sono al semaforo? Quelli che nemmeno mi guardano e fanno finta che non esisto.”
A lei è dedicato questo lavoro.







