Giuseppe Faso sulla nota favoletta della “sicurezza percepita”….
La Guida al Pacchetto per la Sicurezza pubblicata dal Ministero degli interni consta di venti paginette. Ne raccomando caldamente la lettura a quanti siano in grado di resistere all’angoscia dell’inefficacia programmata e all’uso grottesco di figure retoriche tipiche di consimili prodotti. Si veda l’uso fitto della litote, che ricorda pagine esilaranti di Gadda scritte sotto l’ironica veste di Norme per la redazione di testi radiofonici: “non infondata”, “non univoci”, “non senza”, “non può non”, “non esclude”, “non inferiore”, “non immediata”, ecc. C’è di che provare insicurezza esistenziale e linguistica, ma questa è la prosa del ministero. Non manca, certo, la sintonia con il senso comune prevalente tra politici e gazzettieri. Anzi, ci sono sintomi rilevanti di convergenza, come sulla nozione della Percezione e la convinzione che la gente si sposti Per delinquere.
Gli studi criminologici hanno da tempo individuato un “paradosso dell’insicurezza”, per cui i gruppi di soggetti che risultano più insicuri sono quelli meno vittimizzati, e c’è una bella differenza tra consistenza reale del fenomeno criminale e insicurezza. In altre parole, la “percezione dell’insicurezza” (che è quasi un ghiribizzo teologico, come dire “percezione di una percezione”) non ha molto a che fare con i motivi concreti per essere insicuri. Per questo, rafforzare la sicurezza è una cosa, combattere la percezione della percezione richiede altre strategie, che non sono certo aiutate da chi parla di “unica matrice romena” dei delitti e simili incentivi a una cattiva percezione.
Ma il Ministero degli Interni, sensibile al linguaggio delle campagne irresponsabili in atto, vede sociologia, criminologia, psicologia sociale come fumo negli occhi, per dichiarazione esplicita del titolare: a meno che, s’intende, non si pieghino allo spirito dei tempi. Loïc Wacquant ha mostrato autorevolmente la meschinità di molti scienziati sociali soprattutto statunitensi, sdraiati su questi temi ai piedi del potere politico-affaristico: e anche da noi gli esempi non mancano. E così la differenza tra buoni motivi per esser insicuri e “percezione dell’insicurezza” viene giocata privilegiando il campo avventuroso della “percezione”, fin dall’inizio: «I dati sull’andamento dei delitti negli ultimi anni non sono univoci (…). Di certo la percezione della sicurezza va peggiorando. E questo avviene per il diffondersi di una criminalità che ha tipologie nuove, che invade spazi fino ad oggi ritenuti sicuri, che ha sempre più spesso – va detto – come protagonisti soggetti stranieri irregolarmente in Italia, che colpisce le persone comuni, quelle più deboli, le donne, gli anziani, i bambini».
Veramente i dati secondo studiosi di prestigio internazionale (uno per tutti: Ferrajoli) parlano di un calo, continuo e graduale, dei reati. Ma qui i dati, la razionalità, la ricerca (e perciò l’efficacia dei rimedi) non contano: vale la percezione, cui si strizza l’occhio, dell’invasione (gli stranieri invadono spazi fino ad oggi ritenuti sicuri: quali?).
«E ad acuire ulteriormente la percezione di insicurezza dei cittadini c’è la convinzione, non infondata, di una inadeguata garanzia della certezza della pena». La convinzione definita non infondata si regge con tutta evidenza su fondamenta costruite socialmente, le dicerie (vent’anni fa da bar ma ora anche da politici “democratici”) sui “privilegi” di rom e immigrati che invece, a quanto dicono gli studi seri sull’argomento, sono gli unici a pagare, oltre misura, per i reati commessi (e a volte presunti), come mostra, su un campione specifico ma significativo di casi, un documento della Fondazione Michelucci pubblicato su «Guerre&Pace», dicembre 2007. Si veda il caso del “pirata albanese” e del «rom assassino», condannati per omicidi colposi a pene assai più gravi di qualunque altro “pirata della strada” (cfr. www.vittimestrada.org).
Per il resto, la lettura del documento ministeriale conferma quanto già si può prevedere, a partire dalla campagna sulla “tolleranza zero” negli Usa, che incentivò una serie imprecisabile ma alta di morti, soprattutto poveri e neri di pelle, ma che avevano il torto di “avere una spazzola in mano che poteva sembrare una pistola” e simili facezie: tutti uccisi dalla polizia per “tragici errori”. Si tratta di una riedizione dell’ideologia famigerata della mattonella e della listarella di serranda, qui reinterpretata ad usum syndacorum: «I danneggiamenti sono uno di quei fenomeni considerati minori, ma che incidono notevolmente sulla percezione di cura e vivibilità di un territorio». In carcere, allora, i graffitari e i lavavetri, individuati dalla percezione (ministeriale) della percezione (di senso comune) dell’esposizione al crimine; che continuerà a colpire soggetti svantaggiati di cui poco in concreto ci si cura: a cominciare da una bambina di cinque anni, «uccisa per errore tra le braccia della madre» («la Repubblica», 6 maggio 2007) a casa sua, nel napoletano: uccisa per un «errore» non definito tragico (era polacca!) e trascurata dalle cronache del 99% dei quotidiani, evitandole il compianto, altrimenti così fluviale, dei politici di casa nostra.
Giuseppe Faso, Novembre 2007







