Mentre l’assessore Cioni di Firenze annuncia la prossima emanazione di un’ennesima ordinanza, stavolta sui mendicanti “orizzontali” (!!), torna d’attualità questo bell’articolo di Giuseppe Faso, scritto all’indomani del provvedimento fiorentino sui “lavavetri”. E’ una riflessione sul ruolo degli amministratori pubblici, da “esperti” nel governo delle comunità locali a volgari passaparola del senso comune più retrivo. Ecco come è cambiato il linguaggio delle “ordinanze”.
Sono andato a rileggermi alcune ordinanze. Sulle limitazioni all’uso dell’acqua, sulla lotta alla zanzara tigre ecc. Da questa lettura capisco che cos’è un amministratore. Lo capisco perché adotta un linguaggio e mette in atto delle procedure da Sindaco. Fa un quadro della situazione specifica molto più articolato rispetto a quello di cui sono capace io, semplice cittadino, le costruisce intorno contesti significativi, fa riferimento a una serie di norme e all’efficacia che ci si può aspettare dal provvedimento. Parla di scopi e di obiettivi, non fa riferimento a valori (diffido di questi richiami, me l’ha insegnato quand’ero ragazzo uno storico, di quelli che studiavano le cause sociali delle sofferenze umane e le funzioni ideologiche delle mitologie dominanti).
Leggo poi le ordinanze sui lavavetri e sugli sgomberi. E ne rimango sgomento. Mi prende il panico a pensare quanto sia facile per alcuni amministratori slittare fuori dalle proprie competenze (non è il caso di riportare qui le osservazioni che la Procura della Repubblica ha mosso in tal senso al sindaco di Firenze), e dimenticare di attenersi al proprio ruolo istituzionale. Che non è certo quello di far da volano a sentimenti, siano pure diffusi, di diffidenza e irritazione nei confronti di alcuni gruppi presenti nella società.
Cinquant’anni fa, un geniale sociologo, Harold Garfinkel, si accorse di un «curioso fenomeno». I membri di una giuria popolare, per giustificare il loro verdetto di colpevolezza o meno di un imputato, non facevano riferimento alle procedure e al linguaggio giuridico, ma si impegnavano a mostrare quanto la loro decisione fosse adeguata al senso comune ed esprimibile secondo il linguaggio corrente. Nacque da questa scoperta un modo di lavorare che ha rinnovato le scienze umane, l’etnometodologia: un insieme di analisi che mostra come in una serie di pratiche, di giudizi, di rappresentazioni non facciamo che applicare il sapere della tribù cui apparteniamo. Grazie a tali studi oggi sappiamo di più su come funzionano alcuni pregiudizi che magari ribadiscono l’ethos della tribù ma rischiano di risultare inefficaci e discriminatori. Si pensi a quanto abbiamo capito dei criteri con cui le forze dell’ordine fermano le persone: se li avessimo compresi prima, ci sarebbe stato qualche attentato di meno.
Credo che a un amministratore si debba chiedere di più che richiamarsi, rilanciandole, alle diffidenze e alle paure di senso comune; anzi, è proprio qui una delle linee di demarcazione tra la figura del sindaco e quella del capo di una comunità chiusa e violenta che celebrando un rito collettivo sequestra, processa, tortura e uccide automobilisti di passaggio (un topos sintomatico della letteratura nera e di fantascienza americana).
Ma chi si rivolga alle ordinanze cui ci riferiamo, rimarrà sorpreso nel vedere come, accanto alle misure repressive ed espulsive (dalle mura del borgo di competenza), manchi del tutto un richiamo al governo complessivo del fenomeno: dove andranno a finire, fisicamente e socialmente, le persone di cui si promette l’espulsione dallo sguardo in quanto brutti, sporchi e cattivi? Oggi, 25 settembre, leggo su una «civetta» a caratteri cubitali: «Castelfiorentino invasa da artisti del circo». Chi non abbia la pazienza di rincorrere la notizia, probabilmente non immaginerà di che si tratta: un meeting di giocolieri appartenenti ad associazioni pedagogiche. Più probabile sarà la lettura in termini di panico per l’eccesso di marginalità, favorita da quell’invasa del tutto spropositato. Il circo per secoli ha costituito, nell’immaginario dei bambini una «promesse de bonheur» proverbiale. Si è mossa ora una straordinaria macchina da guerra per rovesciare tale attesa in sindrome da invasione, mobilitazione contro gli untori responsabili della «nostra» insicurezza.
Per queste accelerazioni sappiamo chi ringraziare; e seguiamo, sbigottiti, le iniziative degli amministratori da noi democraticamente eletti, temendo prossimi ricorsi a forme di confinamento degli «artisti da circo» e di altre figure così poco rispettabili.
Giuseppe Faso, Ottobre 2007








[...] pubblico all’acquisto di armi dei privati cittadini. Si giustifica il fastidio verso i lavavetri ed i mendicanti, per liberare i marciapiedi da ogni “intralcio”, diceva l’assessore alla [...]