Ancora un articolo della serie “Le parole che escludono” di Giuseppe Faso. Stavolta, oggetto dell’ironia di Giuseppe è la trita distinzione tra gli immigrati che vengono qui “per delinquere”, e quelli che invece emigrano “per lavorare”. Una dicotomia fondata su una idea (razzista) di “propensione”: la propensione a delinquere, la propensione a lavorare…
Nella «Guida al Pacchetto per la Sicurezza» [del Ministero dell’Interno] tra le varie espressioni di senso comune torna la locuzione «per delinquere»: «In quanto comunitari, i rumeni possono entrare liberamente in Italia (…). E questo va benissimo per coloro che vengono per lavorare. Ma servono strumenti adeguati per non lasciare campo libero a chi viene per delinquere».
Siamo di nuovo alle favole per minori (di senno) semiaddormentati: una volta la favola riguardava l’opposizione tra i «regolari», tutti buoni, e i «clandestini», fior di delinquenti. Ora che in Europa è cambiato il quadro normativo si fa una distinzione tra «inclini al lavoro» e «inclini alla delinquenza».
E ci si torna sopra in un riquadro di maggiore evidenza: «Chi lavora non delinque. Il problema è chi viene non per lavorare ma per delinquere. Prevedere limitazioni ai lavoratori avrebbe prodotto un danno per il nostro sistema economico e non avrebbe certo frenato chi viene per delinquere. Anzi, forse avrebbe aumentato questa quota limitando di fatto la possibilità di mantenersi onestamente in Italia».
Dire che «chi lavora non delinque» porterebbe a negare che, ad esempio, noti avvocati condannati per l’erogazione di tangenti miliardarie abbiano mai lavorato in vita loro. Ma probabilmente i colletti bianchi sono esclusi, e si tratta solo delle «classi laboriose, classi pericolose»: lasciategli alcuni minuti al giorno di libertà dal lavoro, e un povero, invece di spaccarsi la schiena a lavorare, ruberà.
Poniamo che abbiano ragione i soloni di Amato: come si fa a distinguere chi viene per delinquere e chi viene per lavorare? L’etnometodologia d’oltreoceano, in memorabili ricerche sul campo con i poliziotti, arrivò a scoprire quali erano i loro criteri per distinguere: la barba lunga, la mancanza di cravatta, i capelli ricci e neri, il fatto di guidare un’auto un po’ malandata ecc… Criteri simili negli anni Settanta in Italia lasciavano indisturbati i terroristi in giacca e cravatta e ben rasati, che dovevano, loro sì, aver studiato etnometodologia, e raccomandavano tale tenuta nelle Guide per il buon terrorista.
Un minimo di buon senso troverà difettivo dire che uno migra «per delinquere». Sarebbe come dire che c’è chi ha fatto carriera nei servizi segreti italiani per confezionare bufale sull’uranio del Niger. Il ministro Amato ricorderà che non molti anni fa in Tv e a teatro si diceva che l’iscrizione a un certo partito implicava la propensione al furto, e tendeva a questo scopo. Molti ridevano e ripetevano quelle battute, ma era una categorizzazione rozza e ingiusta, e un minimo di sociologia (quella non amata dal ministro) lo poteva dimostrare anche allora.
Ma finché a parlare è un comico, si può sempre cercare di prendere le distanze, e magari ammettere che qualcuno tali battute se le è cercate. Se invece un Ministero degli interni proclama che c’è chi «viene per delinquere», siamo di fronte al rischio che leggi che dovrebbero rassicurarci siano fondate su una percezione della realtà che assomiglia alle sabbie mobili.
Giuseppe Faso







