Paola Zerboni è una giornalista seria, che ho conosciuto quest’Estate, seguendo la tragica vicenda dei bambini rumeni morti nel rogo delle loro baracche a Livorno. Lavora alla cronaca di Pisa del quotidiano La Nazione, e ha scritto recentemente un articolo sulle cosiddette “baraccopoli” che citava i dati forniti su questo blog. Nel post in cui ripubblicavo il suo articolo, mi ha scritto un commento contestando - civilmente - alcune mie considerazioni sul linguaggio da lei utilizzato. Mi pare che le osservazioni di Paola meritino di essere discusse: ripubblico qui la sua lettera, a cui scrivo una piccola risposta.
Caro Sergio,
il 26 marzo scorso, giorno in cui è stato redatto l’articolo, abbiamo, o meglio ho, provato a contattarti almeno una decina di volte, come avrai visto dalla chiamate senza risposta sul cellulare, proprio perché volevamo confrontarci con chi, come te, ha sicuramente il polso della situazione-insediamenti di Rom e non, più o meno autorizzati in città e in provincia. Alla fine, non riuscendo nell’intento, abbiamo optato per la “citazione frettolosa” dal tuo blog, che contiene sicuramente informazioni più attendibili di quelle che possiamo acquisire noi, girando a vuoto per la città o dando voce - senza avere spesso il tempo materiale di opportune verifirche - alle decine di segnalazioni che, con cadenza quasi quotidiana, ci giungono dai lettori.
Il nostro (il mio) intento non era quello di usare toni “scandalistici o securitari”, anche se personalmente rimango dell’idea che il cosiddetto “abitare precario”, quando ciò vuol dire un falò sotto un ponte e quattro baracche di lamiera, è una condizione in cui non dovrebbero terrei mai nemmeno un cane.
Purtroppo c’ero, la notte del 10 agosto scorso, quando la notte del 10 agosto scorso scoppiò l’allarme incendio sotto il cavalcavia di Pian di Rota, a Stagno. Ho visto con i miei occhi quel che rimaneva del focolare domestico in cui avrebbero dovuto crescere Eva e gli altri tre bambini Rom morti nel rogo. E’ una scena che non potrò dimenticare mai. E ogni volta che, venendo da Pontedera, passo sul cavalcavia della superstrada all’uscita via Fagiana, getto lo sguardo là sotto e vedo altre baracche. Come a Stagno, quell’accampamento abusivo, è sotto gli occhi di tutti. Tutti sapevano, ma non hanno impedito che accadesse quello che è accaduto. Non so se sotto il cavalcavia pisano abitino anche dei bambini, oltre alle due donne che vedo ogni giorno a stendere i panni vicino alle baracche in lamiera. Ma ho visto delle biciclettine e un passeggino che mi lasciano sospettare di sì. Spero tanto di non dover fare il “copia e incolla” dal pezzo che scrissi l’11 agosto scorso, sulla cronaca di Livorno. Ma a questo non dovrebbero pensare il sindaco che verrà e le Città Sottili…
Un abbraccio, Paola Zerboni
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Cara Paola,
anzitutto, perchè non vi siano equivoci, voglio dirti che ho apprezzato il tuo articolo, e credo di averlo detto chiaramente anche in questo blog: è uno dei pochi, tra quelli comparsi sulla stampa locale, che non accredita la tesi dell’invasione, e che cerca di fornire dati, cifre, elementi di fatto. Lo considero un contributo utile ad un dibattito cittadino non fazioso, limpido e trasparente su un fenomeno complesso, che come tale deve essere analizzato e discusso. Non è la prima volta che apprezzo il tuo lavoro perchè, come giustamente ricordi, abbiamo vissuto in qualche modo insieme - tu da giornalista, io da attivista di un’associazione - la drammatica vicenda di Livorno, la scorsa Estate.
Restano, certo, alcune mie perplessità sul linguaggio che hai utilizzato. Perplessità che non fanno venire meno nè la stima, professionale e umana, nei tuoi confronti, nè la mia valutazione positiva - per quel poco che vale - sul tuo articolo. Provo allora a spiegarti meglio i miei dubbi, così che possiamo capirci e confrontare i nostri punti di vista.
Sono perfettamente d’accordo con te quando dici che “l’abitare precario, quando ciò vuol dire un falò sotto un ponte e quattro baracche di lamiera, è una condizione in cui non terrei mai nemmeno un cane”.
Quando si parla di queste cose, tuttavia, le parole sono pietre, e il linguaggio non è indifferente: questo, indipendentemente dalle intenzioni di chi scrive, che nel tuo caso erano e sono positive. Negli ultimi anni, in particolare, quotidiani e televisioni hanno cominciato a descrivere l’abitare precario dei migranti - campi nomadi, baraccopoli, ecc. - attraverso la metafora disumanizzante del degrado. Voglio dire che, spesso, le drammatiche condizioni igienico-sanitarie in cui vivono queste persone sono state utilizzate non per far emergere l’evidente violazione dei diritti di cui sono vittime, ma per creare allarme sociale nella cittadinanza. Le baracche di lamiera, la sporcizia, la mancanza di acqua potabile e di un minimo di servizi sono divenuti gli ingredienti fondamentali di un racconto disumanizzante: chi abita nei campi non è più descritto come una persona cui sono negati i diritti fondamentali, ma come un pericolo sociale, proprio in ragione delle condizioni “inumane” in cui vive.
Valga per tutti un esempio. Su un quotidiano del 9 Agosto scorso, un consigliere comunale scriveva che “sotto il Ponte delle Bocchette [a Pisa], in una baraccopoli senza acqua e servizi igienici, vivono trecento rumeni”. Era una situazione intollerabile, anche per il consigliere comunale: il quale, però, vedeva in quella situazione non una questione sociale, da risolvere con adeguate politiche abitative, ma un problema di ordine pubblico. E, proprio in nome dell’intollerabilità di quelle condizioni, il consigliere chiedeva l’immediato sgombero della baraccopoli. In fin dei conti, diceva, quelle persone vengono da fuori, le case non ci sono per tutti e noi non possiamo dar loro un alloggio, e poi se continuano a vivere come bestie finiranno per diventare delinquenti: meglio dunque rimandarle via, rispedirle da dove sono venute. Il risultato lo conosci tu meglio di me: di sgombero in sgombero, i Rom vengono sospinti in condizioni ulteriori di marginalità, fino ad approdare in luoghi come Pian di Rota (la zona desolata alla periferia di Livorno dove nell’Estate è scoppiato l’incendio). E’ questo uno dei paradossi della comunicazione pubblica: in nome della inaccettabilità delle condizioni di vita delle baraccopoli, si prevedono sgomberi che peggiorano la situazione.
So bene che non era questo il tuo intento, naturalmente. E l’articolo - mi ripeto a scanso di equivoci - diceva cose ben diverse da quelle sostenute dal consigliere comunale. Ciò che ha suscitato le mie perplessità era proprio il linguaggio usato, che poteva dar luogo - nel lettore - ad ambiguità e fraintendimenti.
Definire più volte “abusivi” i campi, per esempio, crea attorno a questi gruppi un’immagine di illegalità, di minaccia e di pericolo. Certo, gli accampamenti non sono autorizzati, e in questo senso si possono anche chiamare abusivi. Ma nello stesso modo potrebbero essere definiti gli sgomberi e le politiche abitative degli enti locali. Non è un paradosso: Il CERD, un organismo dell’ONU, ha recentemente condannato l’Italia, sostenendo che la mancanza di una politica in favore di Rom e Sinti, e i continui sgomberi effettuati dalle forze dell’ordine, costituiscono una violazione di precisi obblighi giuridici internazionali. Dunque - suona paradossale, me ne rendo conto, ma non lo è - si potrebbe anche scrivere “oggi la Polizia Municipale ha effettuato uno sgombero abusivo”, o anche “l’intervento abusivo delle forze dell’ordine ha creato un problema di legalità”… Si potrebbe scrivere, ma nessuno lo scrive mai: col risultato che, quando si parla di rispetto delle regole, si citano sempre i Rom e mai lo Stato italiano, che di regole ne rispetta ben poche.
Quanto all’effetto richiamo, avrai visto che nell’articolo che avevo pubblicato sul blog dicevo che si tratta di un fenomeno molto limitato. Certo, qualcuno è arrivato a Pisa perchè attratto dalla possibilità - più illusoria che reale - di trovare qui migliori condizioni di vita. Ma, poichè questo aveva suscitato allarme (”oddio, se diamo loro le case arriveranno tutti”), precisavo che bisogna dare il giusto rilievo a questo fenomeno. Se qualcuno a Pisa otterrà una casa, magari qualcun altro proverà a stabilirsi nella nostra città, nella speranza di avere la stessa fortuna: ma si tratterà di un amico, di un parente prossimo, in ogni caso di una persona molto vicina. L’idea per cui una politica di accoglienza produce l’invasione dei Rom è completamente destituita di fondamento. Nel tuo articolo quest’ultimo ragionamento scompariva, per cui il lettore distratto poteva avere un’impressione sbagliata: quasi che sostenessi la rilevanza dell’effetto richiamo sul quale, invece, raccomandavo prudenza.
Ecco dunque, in sintesi, il motivo di quei rilievi critici che hanno richiamato la tua attenzione, e le tue legittime e pacate proteste. Sono rilievo critici che confermo, e su cui ti invito comunque a riflettere: non necessariamente per condividerli, com’è ovvio. Se vuoi, questo blog potrà ospitare le tue considerazioni e le tue critiche, e in ogni caso potrai utilizzarlo ancora, quando ti servirà per il tuo lavoro. Anche quando, come in questo caso, non mi troverai al telefono.
Un abbraccio
sergio







