Ancora un articolo di Giuseppe Faso, che stavolta ripercorre la storia del termine “degrado”, e l’emergere in tempi recenti (molto più recenti di quanto non si crede) della sua accezione di “deterioramento del paesaggio urbano dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con l’insicurezza che tale presenza comporta”
Giornalisti, amministratori, politici fanno ricorso sempre più spesso al termine «degrado», per indicare una situazione urbana segnata dalla presenza di prostitute, lavavetri, zingari, immigrati costretti a condizioni abitative assai disagevoli. Dal momento che lavavetri e buona parte delle prostitute e degli zingari sono (non) persone migrate in Italia, la categoria «immigrato» fa presto a inglobarli. Così un luogo comune diventa un fatto sociale, e alla categoria costruita si affibia la responsabilità di un danno, un attentato al pubblico decoro. E scattano «misure anti-degrado» di vario genere, fino alle recenti grida sui lavavetri a Firenze. In casi simili piccole incursioni fuori dalla nostra provincia spazio-temporale possono aiutare a decostruire processi di categorizzazione in funzione discriminatoria.
Degrado, infatti, non è che debba voler dire proprio quello, in italiano. Il «Grande dizionario della lingua italiana» diretto da S. Battaglia, al vol. IV, riporta solo tre usi letterari, tutti nel Settecento, due di Scipione Maffei e uno di G.B. Graziani, col significato di umiliazione o di «riduzione di spessore» (dei muri). Altri dizionari ne registrano un timido uso a partire dal 1950, e Migliorini avverte che «Non è term. solo di caserma, ma anche di tecnici, ingegneri ecc.». Se ne deduce che pochi anni fa il termine veniva sentito come burocratico e da caserma, ma poteva avere una funzione tecnica.
Una semplice ricerca ottiene così un effetto di spaesamento: e il degrado nel senso di «deterioramento del paesaggio urbano dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con l’insicurezza che tale presenza comporta»? Nessuna traccia, fino a pochi anni fa. Come per «badante» (altro neologismo discriminatorio), la ricerca va perciò spostata a quelli che costituiscono gli unici dizionari di molte persone (non sempre analfabeti, visto che vi ritroviamo molti amministratori).
Il più raffinato studioso della costruzione dell’insicurezza, Marcello Maneri, pochi anni fa («Rassegna di sociologia». n. 1, 2001), ha dato conto dell’uso di «degrado» su alcuni quotidiani. Da una parte, si assiste al dilagare di questo termine, prima rarissimo e poi invece frequente; dall’altra, a uno slittamento semantico, per cui mentre negli anni Ottanta il significato oggi più consueto di «degrado» copriva meno del 5% delle sue occorrenze, a metà anni Novanta si arrivava a circa il 25%, per poi giungere alla fine del secolo a un circa 55%. In altre parole, è stato costruito con una rapidità impressionante e un uso martellato un significato di «degrado» dove l’offesa al decoro e la minaccia alla sicurezza si mescolano in una identità sinonimica: tornassimo indietro di vent’anni, probabilmente non capiremmo quest’accezione: era il paradiso terrestre?
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce e mistifica l’uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto, decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione delle pratiche sociali.
Giuseppe Faso, Settembre 2007








ogni volta che vengo imparo nuove cose.
ho letto con grande interesse anche l’articolo di Carta nella sezione ‘parlano di me’.
ho messo il tuo blog tra i link del nuovo blog che sto avviando, tutto fotografico, così non devo scrivere una riga:
http://postpopdiary.blogspot.com/