Dopo il voto, al di là del voto: un’altra politica
Aprile 25, 2008 di Sergio Bontempelli
Pubblico un documento che ho contribuito a scrivere, uscito oggi sul settimanale Carta. E’ una riflessione collettiva, a più voci, su come costruire una nuova idea di politica a partire dall’esperienza concreta di movimenti, associazioni e lotte locali. Una riflessione che parte dal recente risultato elettorale ma va ben oltre.
Un’altra politica
[24 Aprile 2008. Da Carta]
Questo testo non è un appello né tanto meno un documento: è una lettera, che varie persone hanno pensato fosse utile scrivere, correggere, riscrivere ed emendare o semplicemente condividere. Tutto è stato fatto in pochi giorni, la settimana scorsa. Sentivamo un’urgenza: suggerire che, di fronte a quel che sta cadendo addosso a noi cittadini, comunità, società civile o movimenti [ognuno usi il termine che vuole], c’è la possibilità non solo di resistere, ma di cominciare a fondare da subito un altro genere di politica.
Non è una novità, questa convinzione. Mesi fa, fu pubblicato un appello intitolato «La politica che vogliamo», firmato da molte persone della società civile, che poi diede luogo al seminario della Rete Lilliput sullo stesso tema che si tenne il 5 aprile, lo stesso giorno in cui Carta e l’associazione Cantieri sociali organizzavano il Cantiere dell’altra politica. E Paolo Cacciari, che aveva partecipato ad ambedue gli incontri, scrisse poi la prima bozza della lettera che pubblichiamo.
I movimenti come quelli della Val di Susa e di Vicenza sono secondo noi già – in germe – questa altra politica. Ma vi sono molti altri modi di cercare la stessa cosa. La lettera infatti è proposta da persone diverse tra loro. Vi sono ricercatori, intellettuali attivi, per così dire, come Marco Revelli, Riccardo Petrella, Tonino Perna e Bruno Amoroso. Lo stesso Giulio Marcon è un analista della cooperazione internazionale e della società civile, oltre ad essere il presidente della Rete Sbilanciamoci. Poi vi sono i valsusini Chiara Sasso, Claudio Giorno ed Ezio Bertok [che cura il sito del Patto di mutuo soccorso]. Della Rete Lilliput fanno parte Alberto Castagnola e Riccardo Troisi, e con loro cooperano, su questo e altri temi, Antonio Tricarico e Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca mondiale. Promotore delle Reti dell’altra economia è Davide Biolghini, mentre Alberto Zoratti, oltre ad essere attivo nel commercio equo, ha costruito un osservatorio sul commercio mondiale [Fair Watch, che collabora ogni settimana con Carta]. Sergio D’Angelo, napoletano, è il presidente di un grande consorzio di cooperative sociali, Gesco. Del movimento dell’acqua toscano fa parte Tommaso Fattori, e del Contratto mondiale dell’acqua Emilio Molinari. Ciro Pesacane è il promotore del Forum ambientalista, Gianni Tamino è un docente ed ecologista, e Gianni Palumbo è del movimento «No oil» della Basilicata [tra tante altre cose]. A discutere con noi anche Ciccio Auletta e Sergio Bontempelli, del Progetto Rebeldìa di Pisa, straordinaria «casa delle associazioni». Giuseppe De Marzo è dell’Associazione A Sud e Mimmo Rizzuti della Sinistra euromediterranea. Don Pasquale Gentili è il parroco di Sorrivoli [in provincia di Forlì-Cesena] e Mino Savadori è il presidente dell’associazione culturale «Il Castello», Rete cesenate della società civile organizzata. No Tav [il minacciato «sottoattraversamento» della città] è anche il fiorentino Maurizio De Zordo, mentre Cristiano Lucchi fa il mensile «L’altra città», molto legato alle comunità delle Piagge, e naturalmente Ornella De Zordo è consigliera comunale a Firenze di Unaltracittà/unaltromondo. A lavorare intorno alla nostra lettera hanno ovviamente contribuito quelli di Carta, in particolare Anna Pizzo e Pierluigi Sullo, nonché Andrea Morniroli, presidente dell’associazione Cantieri sociali, e Sergio Sinigaglia, dei Cantieri sociali marchigiani.
Avendo più giorni a disposizione, questo elenco avrebbe potuto allungarsi a dismisura. Diversi hanno preferito prendersi qualche giorno per rifletterci, e diranno la loro nei prossimi numeri di Carta e altrove, e tutto finirà nel sito di Carta e in altri. Ci pareva necessario lanciare subito un segnale, ma la lettera vuole essere un lavoro aperto, la cui scrittura è collettiva e perciò progressiva, a cui tutti possono contribuire, sia scrivendo a carta@carta.org [indirizzo che indichiamo per comodità, per avere un unico luogo da cui smistare le comunicazioni], che partecipando agli incontri che proponiamo nella lettera.

Un’altra politica
Una premessa
Siamo in un momento grave della vita collettiva. Che non ha la sua radice solo negli eventi della politica, le ultime elezioni, ma in un processo profondo di rottura del legame sociale. Qui vogliamo fare un gioco di simulazione: dirci, e dire in pubblico, come immaginiamo debba essere un altro mondo, e come si potrebbe provare a farlo. Questo testo contiene un suggerimento: guardare oltre per capire meglio come affrontare l’oggi.
Due tesi
1. Promuovere dal basso un’azione politica, una condizione di cittadinanza interamente intessuta di legami sociali, pluralista, globale, dotata di una visione d’insieme e capace di proporre un sistema sociale libero dalla logica economica dominante. Affermare che la politica che vogliamo siamo noi, la nostra capacità di essere società. Tutti siamo politici, tutto ciò che facciamo è politica.
2. Esiste una complessa e diffusa galassia di gruppi di iniziativa sociale, associazioni, collettivi, reti, comitati popolari, rappresentanze sindacali, comunità sostanziali costituenti, che formano anelli di solidarietà di reti nazionali e transnazionali, istanze di resistenza, di altra economia, di democrazia diffusa.
Ora è possibile prendere consapevolezza della forza positiva che questa particolare «società civile» esprime, rafforzare la cultura di rete e pensare a un processo collettivo di autogoverno, ad uno spazio pubblico –o, forse, sarebbe meglio chiamarlo d’ora in poi uno «spazio comune»–dove sia possibile offrire, mettere a confronto e condividere esperienze e pratiche. Un patto politico aperto, includente, un vero e proprio sistema diffuso di auto-rappresentanza, capace di contendere ai poteri costituiti il monopolio della decisione politica. Una forza realmente collettiva capace di produrre in proprio, giorno per giorno negoziazione e trasformazione.
Cinque pilastri
1. Un’idea di società per cui valga la pena impegnarsi. E’ possibile immaginare un mondo capace di futuro, ospitale, equo, nonviolento. Solo una politica lungimirante può donare serenità e benessere: la «profittabilità» a breve, lo sfruttamento senza limiti della società e della natura conducono alla disuguaglianza globale e al disastro ambientale.
Il progetto di buona società consiste nel vivere insieme. Il bene comune non è la somma aritmetica dei beni privati posseduti dai singoli membri della società e malamente ridistribuiti, ma il godimento condiviso dei beni comuni: spazio, aria, mari, acqua, foreste, energia, saperi, educazione, comunicazione, sicurezza, giustizia, salute, lavoro… La sua realizzazione implica, anzi impone, il ricorso a mezzi rispettosi e compatibili con l’obiettivo, cioè mezzi rigorosamente nonviolenti.
2. L’economia della reciprocità.
è possibile che ognuno si riprenda il controllo delle circostanze che regolano la sua vita quotidiana. è possibile superare lo sconforto, l’insicurezza, l’ansia che ogni persona onesta sente crescere a causa delle inimicizie tra i governi dei tanti paesi [popolazioni] della Terra, del degrado della biosfera e dei disastri sociali provocati dall’aumento dei prezzi di cibo e materie prime.
La conquista della libertà di ciascun individuo dalle necessità elementari è la pre-condizione per una esistenza autentica e per un esercizio effettivo della democrazia. Libertà, innanzi tutto, deve essere libertà da condizionamenti e ricatti.
La globalizzazione è avvenuta nel nome del profitto, della concorrenza, del mercato. La mondialità invece si raggiunge seguendo i principi della reciprocità, della cooperazione, della condivisione. Dall’economia neoclassica e liberista all’economia ecologica; dal mito bugiardo della crescita infinita alla sobrietà; dall’imperativo della competitività alla cooperazione solidale.
3. Saggezza è saper prevedere.
è possibile fare affidamento sui saperi e sulle esperienze che le culture dei popoli hanno accumulato per migliorare le condizioni di ciascuno e di tutti gli abitanti della Terra. La tecnica, la scienza, l’intelligenza devono saper prevedere, e quindi devono rispondere al principio di precauzione.
Le risorse tecniche, le conoscenze scientifiche, le stesse disponibilità economiche a disposizione dell’umanità sarebbero sufficienti a far uscire l’intero genere umano dall’indigenza. Se oggi ciò non avviene è solo per il prevalere di logiche economiche egoiste e predatorie e di volontà politiche miopi e suicide. Il grande tema di una nuova modernità è il controllo sociale sulla ricerca scientifica e sulle tecnologie, in un rinnovato rapporto con i bisogni reali delle comunità locali.
4. Un rapporto felice tra popoli, tra città e persone.
è possibile che in molti – gente comune, cittadini–intraprendano il cammino per migliorare le relazioni sociali tra i generi, le generazioni, le genti e le specie viventi. è possibile ridisegnare città e comunità accoglienti, sicure perché fondate su legami e relazioni di vicinanza e convivenza, in cui ogni individuo venga riconosciuto in primo luogo per i suoi bisogni e i suoi desideri.
In un mondo interconnesso e interdipendente la pace e la sicurezza non sono divisibili. Nessuno potrà essere sicuro, nemmeno se costruirà muri, se non lo saranno anche i suoi vicini e i vicini dei vicini. Condivisione, reciprocità, collaborazione, riconoscimento dei debiti ecologici, economici e umani contratti dal Nord del mondo nei riguardi delle popolazioni del Sud: sono i principi guida che devono seguire le relazioni internazionali.
Le nostre città sono sempre più i luoghi dell’esclusione, delle identità fondate sull’annullamento di quelle degli altri, dei non-cittadini, competitori sempre più soli, tristi. Città in cui le anomalie sono gli ultimi, i differenti, chi non si omologa. Occorre ribaltare questa macchina della separazione, proponendo universi – e politiche – aperte al meticciato, alla cooperazione.
5. Una democrazia radicalmente diversa.
è possibile rigenerare la politica come azione civile volontaria per un servizio collettivo. Solo un’etica civile può ridare senso alla politica. L’etica, in politica, è un sistema di valori scelto e condiviso.
Le rappresentanze [seppure ridotte al minimo fisiologico e regolate in modo che libertà di coscienza del «delegato-eletto» e vincolo di mandato siano sempre trasparenti e verificabili] sono necessarie, nella pratica conflittuale della democrazia/partecipazione. Da ciò discende l’ineludibile necessità di garantire forme di organizzazione politiche, oltre che riallargare lo spazio della politica attraverso forme di democrazia partecipata e diretta. Occorre inventare un modello radicalmente diverso da quello, fin qui conosciuto, dei partiti politici, dalla nascita della democrazia parlamentare ad oggi. La loro forma si è definitivamente esaurita.
La cultura della rete, l’orizzontalità, l’autonomia dei nodi, il metodo della condivisione, il consenso, l’ambito comunitario e cittadino della co-decisione, il tutto finalizzato all’empowerment delle comunità, costituiscono la grande novità e forza dei movimenti sociali. Nella consapevolezza che è solo così – federando e liberando spazi di comunanza crescenti – che si fa spazio un’alternativa reale. Comunque deve essere chiaro che «chi dice organizzazione dice oligarchia», ed è quindi è necessario predisporre forti contromisure contro ogni rischio di centralizzazione, verticalizzazione, burocratizzazione, autoreferenzialità, separazione.
Una forma di altra politica con queste premesse, dunque radicalmente nuova da quelle del Novecento, può costituire la premessa per la costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sui «bacini» dove le persone, le comunità, si formano, vivono, agiscono: le città e i territori, la cui «scala» più grande, quanto ad efficacia del controllo dei «delegati», è probabilmente quella sub-regionale. Il che a sua volta propone il problema urgente di connessioni, vincoli, alleanze, coordinamenti tra organizzazioni politiche e istituzioni di tipo nuovo da un luogo all’altro, in reti mobili e variabili: fino a proporsi di influire sulle scelte europee e globali.
Esperienze di questo tipo già esistono, sia a livello locale che nazionale e sovranazionale, dal Patto di mutuo soccorso ai movimenti come quelli dei migranti e delle femministe e lesbiche, o quello Glbtq, ma anche il movimento dell’acqua, il «popolo» dell’economia socio-solidale, le nuove reti dei delegati di fabbrica, ecc. Non si tratta di inventare nulla, ma di trarre lezioni da quel che già accade nella società e renderlo coerente ed efficace.
La Repubblica tradotta nella lingua di oggi
Questa lettera è un grido di allarme. Cercare di immaginare il futuro è il fondamento indispensabile per organizzare la resistenza a quel che già si prospetta–considerando anche le conseguenze che avrà il risultato elettorale–come una aggressione alla società civile, alle sue organizzazioni, ai suoi valori, ai lavoratori e al sindacato, ai migranti e alla stessa possibilità di una convivenza civile. La crisi evidente della globalizzazione, la catastrofe alimentare e il crack finanziario globali sono le cause della trasformazione del sistema democratico, o di quel che ne resta, in un dispotismo che conserverà solo le forme vuote della cittadinanza.
Dobbiamo da subito immaginare e far funzionare nuove forme di auto organizzazione, trasformare le reti in strumenti attivi di scambio di esperienze, di mobilitazione e di reciproco sostegno. Dobbiamo esser disposti a sperimentare nuove formule di organizzazione e decisione.
Quel che suggeriamo è che da subito ogni persona o gruppo che vuole opporsi a questa marea si riunisca, nel modo più aperto possibile, nel maggior numero di luoghi possibile, in relazione stretta tra loro e con quel che si muove attorno a loro: per discutere da subito, accantonando le diffidenze e approfondendo la conoscenza reciproca, il modo di costituire forme nuove di organizzazione politica.
Se tutti ci muoveremo bene, sarà possibile organizzare per il 2 giugno, festa della Repubblica e della Costituzione, da tempo trasformata nella celebrazione di una nazione in armi, un primo grande incontro nazionale in cui cominciare a confrontare le proposte emergenti dalle aggregazioni tematiche e dalle reti locali.







Spesso in ambiti di sinistra avviene che la cosiddetta società civile spesso non sia proprio tale, ossia non sia spontanea adesione a delle idee e dei progetti da parte di cittadini, ma abbia alle spalle promotori navigati della politica. Sono in linea di massima d’accordo con le tesi e i pilastri, anche se per ora solo in fase embrionale, ma il timore che i sostenitori altro non siano che i soliti personaggi di trentennale presenza, mi porta a riflettere.
Non voglio mettere in dubbio certo l’esperienza di chi da anni tenta di lottare contro il pensiero unico, il sistema omertoso e colluso che si è impadronito dell’Italia, ma non credo che ciò possa rappresentare il nuovo, un modello diverso. Sono anni che si parla di Democrazia partecipata e nelle mie esperienze dentro Rifondazione Comunista, dentro Action, dentro le varie reti romane, laziali e nazionali, altro non trovo che un verticismo spietato: si organizzano riunioni e assemblee e poi chi decide sono sempre gli stessi soggetti, da decenni. Questa classe dirigente (dei movimenti come dei partiti) ha una responsabilità tale che farebbe bella figura solo dimettendosi in massa (e Bertinotti difatti lo ha capito subito), lasciando spazio ai più giovani, poiché non ha saputo ascoltare i cittadini, non ha dato risposte e non ha prodotto azioni concrete per fermare il dramma in cui viviamo quotidianamente e soprattutto costruire e sperimentare una nuova alternativa. Io credo che la sconfitta della sinistra sia dovuta principalmente a questi fattori e per questo propongo un programma di governo, da costruire veramente in maniera trasparente e partecipata, con i cittadini, un progetto a medio e lungo termine, senza fretta, ma che veramente risponda alle esigenze dei cittadini. Un’idea che superi sia la politica dei no a tutto e sia la politica dei sì al capitale in ogni sua forma: http://www.dariopulcini.it/governo-del-cittadino/
Io rifletteri anche sul seguente articolo. So bene che non basta, ma non si puo’ negare che il fenomeno abbia una rilevanza asfittica, in tutti gli ambiti della societa’ italiana.
I castori alla Rutelli
Tommaso Merlo, 30 aprile 2008, 13:00
Spigolature Parliamo del sistema chiuso delle caste, estraneo alle logiche del merito, avulso alla realtà sociale del paese, autoreferenziale ed elitario. Un fenomeno più insopportabile nel centrosinistra per la sua vocazione popolare
Uno degli effetti più deleteri del fenomeno delle caste è che votare non basta più a cambiare le cose nel nostro paese. La palla passa dalla casta rossa a quella blu, ma sembre di caste si tratta. E ai cittadini non resta che sorbirsi le solite facce che da decenni occupano l’olimpo dell’arrivismo politico. Un caso clamoroso è proprio quello di Rutelli, già sindaco di Roma, già candidato perdente a Palazzo Chigi, già Ministro e già Vicepremier, fresco già trombato alla seconda rincorsa al Campidoglio.
Ebbene, la domanda è: possibile che Rutelli sia l’unico uomo sulla piazza degno di ambire a tale gamma di cariche pubbliche? Possibile che in una città di qualche milione di abitanti come Roma non vi sia una personalità degna di ricoprire la carica di Sindaco senza bisogno di richiamare il signor Rutelli per l’ennesima volta? La risposta è ovviamente si, Rutelli non ha nessuna qualità politica speciale se non quella di essere un esponente di lunga data della casta politica romana di centrosinistra insediata nell’odierno Partito democratico. Tutto qui, Rutelli non è il rappresentante di idee o progetti politici degni di tale insistenza e nemmeno si possono attribuire a Rutelli meriti politici tali da giustificarla (io, per esempio, ricordo solo la vicenda delle liste separate tra Ds e Margherita al Senato nel 2006 e quella del sito italia.it). Eppure, essendo Rutelli un barone della casta rosa romana, è lui che in sistanza decide la propria candidatura, con l’aiuto di colleghi di lobby che otterranno in cambio lo stesso favore alla prima occasione.
Il risultato è che i cittadini, a prescindere dai risultati concreti ottenuti e spesso nonostante palesi fallimenti, sono costretti a vedere Rutelli e compagnia bella invecchiare saltando da una poltrona all’altra con una disinvoltura glaciale. Si tratta del sistema chiuso delle caste, estraneo alle logiche del merito, avulso alla realtà sociale del paese, autoreferenziale ed elitario. Un sistema democraticamente ingiusto e politicamente fallimentare il cui danno principale è proprio quello di impedire il ricambio generazionale. Di formare una cappa di potere stantia che impedisce al Paese di esprimere le sue energie migliori. Anche le insopportabili collusioni tra potere politico, istituzioni e informazione fioriscono grazie ad intrecci clientelari che si consolidano nel tempo per l’assenza di ricambio politico.
Un fenomeno, ha ragione Lucia Annunziata, più insopportabile nel centrosinistra per la sua vocazione popolare. I meccanismi di casta avvengono, infatti, anche a destra ma la natura padronale di quello schieramento permette di nominare l’uomo che più di ogni altro sintetizza la faziosità arrogante del populismo berlusconiano, Schifani, come presidente del Senato, senza turbare il sonno al popolo delle Libertà.
Almeno fino a quando capiranno anche loro che il fenomeno delle caste ci riguarda tutti senza distinzione. E che quando l’onda di disgusto riuscirà a spazzare via le logiche perverse delle caste, tutti ne trarranno beneficio. Anche il nostro voto.