Il rispetto per le opinioni altrui è, ovviamente, la base della democrazia e del pluralismo. Eppure, spiega Giuseppe Faso in questo articolo (uno dei suoi migliori pezzi, almeno a mio avviso), “nel mondo capovolto della chiacchiera televisiva, chi argomenta sulla base dell’esperienza e richiama alla cautela del metodo passa per uno incapace di uscire dalle proprie opinioni; e chi, per faziosità o debolezza accetta la diceria della tribù passa per informato, ben educato”. Una riflessione brillante a partire da un esempio concreto.
Mi guardo intorno, sorpreso dalla pacatezza con cui si sta discutendo il caso di S. La scuola è iniziata da due mesi, e non si riesce a programmare un inserimento per lui, proveniente dal Marocco, dove frequentava la quarta elementare: arrivato in Italia, in maggio, è stato inserito in quinta (non dal Collegio, come prescrive la legge, ma dal dirigente). «Inserito»: si fa per dire, perché, sia per le sue competenze linguistiche, che per non «disturbare» i nuovi compagni sotto esame, S. ha passato molto tempo fuori della classe, «badato» da insegnanti a turno. Promosso in prima media, senza essere accompagnato da nessun progetto di sostegno (la scuola gode di specifiche sovvenzioni da parte dell’Ente Locale, ma il bambino non è stato segnalato), si è trovato in una situazione di spaesamento, e le insegnanti per difendersene hanno sfoderato una terminologia avventizia (il termine ufficialmente più usato è «ipercinetico», ma nei corridoi si adopera altro termine più brutale) e discriminatoria, soprattutto davanti ai genitori degli altri bambini. Tutto il piccolo paese di *** sa che quel bambino rappresenta una minaccia per i suoi compagni di classe e impedisce ai docenti di lavorare. Il Centro Interculturale di cui faccio parte ha cercato di disinnescare la miccia, ma l’invito alla sdrammatizzazione e a un’azione programmata di inserimento finora ha dato scarsi frutti: si è preferito proseguire nella strada della stigmatizzazione. Ora, uno psicologo chiamato dal (nuovo) dirigente relaziona sul bambino, dopo averlo osservato in classe: si tratta di un bambino del tutto normale, un po’ piccolo (la scuola lo ha inserito per errore un anno avanti!) e spaesato. C’è voluta l’autorità per ribadire l’evidenza; provvisoriamente, s’intende, perché non ci si mette niente a screditare il lavoro dell’autorità, quando non sta dalla parte della tribù.
E si discute di come programmare l’inserimento di S. tutti pacati, e io invece turbato. Decido di manifestare, appena possibile, il mio disagio. Parla l’assessore, una brava persona. Riferisce che l’assistente sociale ha trovato «chiusa» la famiglia di S. scatto su: «Sono stanco di assistere a questo teatrino: il pettegolezzo vuole che il bambino sia stato immesso in V piuttosto che in IV su richiesta dei genitori, un altro pettegolezzo lo definisce pazzo; tutto questo serve a coprire incapacità professionali. Ora l’assistente sociale dice che la famiglia è chiusa, quando un’insegnante – non della sua classe – è stata accolta a casa senza nessun ostacolo da una mamma, che si è dimostrata collaborativa e consapevole delle difficoltà del figlio. Che le famiglie marocchine siano chiuse è uno stereotipo che precede e deforma la realtà».
L’assessore si irrita, l’assistente sociale in questione gode della sua fiducia: chiede, civilmente, che non si diano giudizi senza le prove. Gli rispondo che questi meccanismi li vedo in atto quotidianamente, da anni. A questo punto scatta la parola-chiave: l’assessore dice che può rispettare le mie opinioni, ma che esse restano, appunto, opinioni. Rifiuto di essere intrappolato in questa categoria, e chiedo se si può sapere quando, dove e come l’operatrice ha incontrato la famiglia, e su che elementi basa la sua impressione.
I cellulari servono anche a questo: nel giro di pochi minuti si viene a sapere che l’assistente sociale ha incontrato una volta, in Comune, la famiglia in questione, e che l’impressione sulla chiusura le deriva dal fatto che l’impiegata dell’ufficio accanto le ha detto che la moglie non sale in macchina con un uomo che non sia suo marito.
L’incidente è chiuso: ma aperte rimangono le possibilità maligne di una tribù dedita alla diceria. Resta da dire sulle opinioni.
Definire «opinioni» le argomentazioni scomode, indipendentemente dal loro grado di attendibilità, è abitudine dilagata negli ultimi anni presso conduttori radiotelevisivi arroganti e faziosi; ciascuno dei lettori si trovi l’esempio da sé: a me è accaduto di sentire giorni fa alla radio uno di questi campioni di finezza asserire senza alcun dubbio che «il popolo iracheno si riconosce nei patrioti che combattono accanto agli americani». Capaci di questi abissi di semplificazione, basta che un interlocutore tenti di problematizzare perché appioppino al suo ragionamento l’appellativo di «opinioni» – aggiungendo che, da veri democratici, comunque loro le rispettano, e togliendo la parola. Dimostrazione fisica del fatto che la parola «opinioni» esclude (dall’audio, dal video, dalla considerazione).
Forse è meglio manifestare assai meno rispetto per le opinioni, per indirizzarlo nei confronti del ragionamento articolato, delle asserzioni fondate, dei dati accompagnati da notazioni di metodo. Chi dice così spesso di rispettare le opinioni altrui ha avversione per l’argomentazione e la complessità dell’analisi: per questo le riduce a «opinioni», censurando in tal modo la possibilità che l’altro scorga ed esprima qualcosa che non rientra nella cornice chiusa della propria percezione. Nel mondo capovolto della chiacchiera televisiva e della tribalizzazione delle società postindustriali, le parti risultano rovesciate: chi argomenta sulla base dell’esperienza e richiama alla cautela del metodo passa per uno incapace di uscire dalle proprie opinioni; e chi, per faziosità o debolezza accetta la diceria della tribù passa per informato, ben educato: degno di fare il moderatore. Chi si basa sulla chiacchiera dell’ufficio accanto si riveste di serietà professionale, contro le opinioni di chi cerca di dotarsi di strumenti di analisi: come chi rifiutava di usare il cannocchiale offerto da Galileo per osservare le lune di Giove – che, lo sapevano tutti, non esistevano.
Giuseppe Faso, Novembre 2004







