Ancora un bell’articolo (recente) di Giuseppe Faso, sulle dicerie gabellate per “dati di fatto”…
Una decina d’anni fa, la mia collaborazione a questo inserto è nata dall’idea che non si potesse delegare a specialisti accademici, coi loro tempi lunghi, un’analisi qualitativa delle strategie linguistiche e retoriche che costruiscono nella nostra società il fenomeno immigrazione, lo classificano, ed espellono dal discorso pubblico domande, perplessità, problematizzazioni nate in chi svolge un lavoro di prossimità con gli immigrati. Tale convinzione portò a istituire due rubriche, «Strumenti di lavoro» e «Le parole che escludono». Nella prima, venivano recensiti contributi sociologici, demografici, pedagogici e criminologici sull’immigrazione. Nella seconda, muovendo da spunti di lettura o di ascolto si ricostruivano pratiche di esclusione, a volte trasparenti (come in «vucumprà» o «efferato») a volte più complesse (come in «consulta» o «integrazione»).
Era chiara la fiducia, direi illuministica, su cui si reggeva l’operazione. Non sottovalutavo, però, la miseria di certe attività «intellettuali» che nel frattempo si muovevano in direzione opposta. In quegli anni, in un manuale di storia venivo citato come coautore, con Giuliano Campioni, dell’unica analisi italiana rilevante, allora, del «razzismo dei colti» (segno già questo del fatto che loro, i colti, quest’analisi la stavano evitando). Quello che però sottovalutavo era la tendenza, che in quegli anni si rafforzava, di ricercatori e politici, ad abbandonare qualsiasi «faccia», e che si coagulava nei rigurgiti securitari del governo all’inizio del 1999, in seguito a una serie di delitti, a Milano, attribuiti gratis agli immigrati (riepilogati con grande attenzione da Wacquant). L’offensiva dei «colti» da allora non si è fermata: l’impressione è che si attenui lievemente durante i governi di centro-destra e riesploda con governi più «amici» (loro).
Negli ultimi mesi abbiamo assistito con grande sconforto alla riedizione di meschinerie intellettuali di ogni tipo, all’insegna del «dato di fatto»; un’espressione che, ci insegnano i filosofi, spesso è del tutto pleonastica (toglietela, l’affermazione rimane la stessa), ma serve a enfatizzare quanto si sostiene, come se valesse da smentita inequivocabile di posizioni altrui. Si tratta cioè di una mossa di pura retorica.
È un dato di fatto che «la matrice di alcuni delitti sia unica», si è detto nella campagna «anti-rumena». È come collegare cinque stelle del firmamento lontane tra loro milioni di anni-luce per ottenere una configurazione, e poi dire che le figure dello zodiaco sono «un dato di fatto», smentendo ogni posizione di buon senso.
È un dato di fatto che, «oltre una certa soglia», si scatena la xenofobia del popolo ospitante (un bel racconto di fantascienza demenziale). È un dato di fatto che gli immigrati (specie «clandestini») delinquono più degli italiani, ripetono studiosi e libri bianchi del Ministero (affidati ai medesimi studiosi): quei documenti ufficiali che già nel 2001 parlavano della «matrice etnica» di «efferati» delitti «condivisa tra slavi e albanesi», espressioni che squalificano chi le scrive. Le stesse statistiche ministeriali, anche se chiamano «delitti commessi» i «delitti denunciati», e definiscono «delitti puniti» i «presunti autori denunciati», (non è equivoco di poco conto: a chi è stato commissionato il compitino, uno scolaretto idiota o un servo furbo?), mostrano una situazione assai più complessa. Era un dato di fatto, in un libello amato da parlamentari, che non esiste discriminazione anti-immigrati nelle pratiche delle forze dell’ordine. Peccato che la «dimostrazione» rovesciasse il senso dei dati statistici citati.
In tali modi tra politici, giornalisti, «ricercatori» di questi livelli, si è costruito lo straniero come pericolo pubblico, grazie a stereotipi gabellati come «dati di fatto» e sondaggi d’opinione guidati da formulazioni grottesche, adoperati come statistiche. Così i luoghi comuni sono diventati fatti sociali, e addirittura categorie di analisi: e la diceria ha espulso la considerazione razionale dei fenomeni.
Del resto, dopo un trentennio in cui le forze dell’evidenza scientifica hanno ridicolizzato la categoria della «razza», negli Usa la banda dell’Ortica (quella del «palo sguercio… / che vederci non vedeva un’autobotte / però sentirci ghe sentiva un accident») è tornata, su committenza, a cercare di dimostrare la superiorità della «razza» bianca su quella nera.
Giuseppe Faso, Dicembre 2007







