Pubblico la seconda parte del dossier sui Centri di Permanenza Temporanea per immigrati.
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La legge Bossi-Fini entra in vigore il 10 Settembre 2002, e prevede un’abnorme estensione degli strumenti repressivi contro l’immigrazione irregolare. Dal 2002 al 2003 la spesa pubblica per le espulsioni e le politiche di contrasto aumenta del 57% [Cfr. Corte dei conti, Programma di controllo 2003 -Gestione delle risorse previste in connessione al fenomeno dell’immigrazione, Regolamentazione e sostegno all’immigrazione. Controllo dell’immigrazione clandestina, Roma 2004]. Nel solo 2004, il sistema delle espulsioni costa all’erario circa 320 mila euro al giorno [European Migration Network, Punto nazionale di contatto in Italia, Immigrazione irregolare in Italia, cit., pag. 58]. Nel corso del 2003 il Ministero dell’Interno intensifica anche l’attività dei centri di permanenza temporanea: vengono aperti due nuovi CPT a Bologna e a Modena, il centro di Roma-Ponte Galeria viene ampliato, mentre si avviano le procedure per l’apertura di ulteriori strutture a Bari Palese, Gradisca di Isonzo (Gorizia), Foggia e Padova. Complessivamente, nel solo anno 2003 le spese di gestione dei diversi CPT (escludendo le spese per lavori e quelle per manutenzione straordinaria) ammontano a quasi 30 milioni di euro (per la precisione, si tratta di € 29.648.352,7) [vedi relazione della Corte dei Conti già citata].
A un così rilevante impegno economico e finanziario, però, non corrisponde una significativa contropartita in termini di efficacia dei CPT. Come si vede nella tabella qui sotto, infatti, tra il 2002 e il 2003 – dunque, in coincidenza con l’entrata in vigore della Bossi-Fini – la percentuale di stranieri effettivamente rimpatriati cresce enormemente, ma si ferma poco sotto il 50%: in altre parole, metà dei migranti che transitano nei “centri” non vengono poi effettivamente espulsi.
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Centri di permanenza temporanea
Riepilogo presenze 1999-2003
Fonte: Corte dei Conti
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| 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | |
| Trattenuti | 8.847 | 9.768 | 14.993 | 18.625 | 14.223 |
| Effettivamente rimpatriati | 3.893 | 3.134 | 4.437 | 6.372 | 6.830 |
| Effettivamente rimpatriati (%) | 44% | 31,1% | 29,6% | 34,2% | 48% |
L’enorme sforzo sul versante repressivo, dunque, continua a rivelarsi inefficace sul suo stesso terreno, quello del contrasto all’immigrazione clandestina.
Dalla Corte dei Conti a Medici Senza Frontiere: la stagione delle denunce (2002-2004)
A partire dal 2003, la Corte dei Conti comincia a pubblicare periodiche relazioni sulla gestione delle politiche migratorie, soffermandosi anche sulle problematiche relative ai CPT e al trattenimento dei migranti in attesa di espulsione. Il giudizio espresso nella relazione del 2003 è durissimo: parla di «programmazione talvolta generica e in taluni casi velleitaria», di centri «realizzati […] in strutture fatiscenti e con scarsa attenzione ai livelli di sicurezza ed al trattamento complessivo dei soggetti trattenuti», di «estrema disomogeneità dei costi di gestione nonostante il diffuso affidamento al medesimo soggetto (Croce Rossa Italiana)», tutti elementi che concorrono a disegnare «un quadro gestionale che […] non può essere considerato positivo».
Nel Gennaio 2004 l’organizzazione umanitaria indipendente Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica un dettagliato rapporto sui CPT. Ne esce un quadro sconfortante: Msf sottolinea gravi violazioni dei diritti umani e della dignità della persona, soprattutto riguardo alle strutture di accoglienza, all’assistenza sanitaria e al diritto d’asilo. «La politica italiana sull’immigrazione» – spiega il portavoce di MSF Loris De Filippi, nel corso della conferenza stampa di presentazione del rapporto – «mostra gravi lacune e la nostra ricerca è molto chiara: MSF chiede al governo italiano ed alla società civile di istituire un’authority indipendente ed imparziale in grado di monitorare il rispetto dei diritti umani, l’assistenza sanitaria e le procedure per l’asilo all’interno dei centri».
Una conferma delle denunce di MSF arriva anche dalla Magistratura: alla fine di Gennaio 2004 arriva infatti la notizia del rinvio a giudizio di Don Cesare Lodeserto, direttore del Centro di Permanenza Temporanea “Regina Pacis” di Lecce. L’inchiesta, avviata un anno prima grazie alla denuncia di alcuni immigrati trattenuti nella struttura, riguarda i presunti abusi e pestaggi che 17 maghrebini hanno denunciato di aver subito dopo il tentativo di fuga del 22 novembre 2002. I capi di imputazione contestati a Lodeserto sono pesantissimi: lesioni personali, abuso di mezzi di correzione, omissioni di intervento per impedire i maltrattamenti [sulla vicenda di Don Cesare Lodeserto vedi dossier sul sito di Stefano Mencherini].
Il 18 Aprile 2004, la trasmissione televisiva Report, in onda su Raitre, dedica una puntata speciale alla questione dei CPT [in rete, sul sito di Melting Pot, è disponibile sia la trascrizione integrale sia il filmato in streaming]. La trasmissione documenta la scarsa trasparenza nella gestione dei CPT (di cui non vengono resi noti bilanci, convenzioni con i soggetti gestori e costi di amministrazione), il divieto di accesso per i giornalisti e la violazione dei diritti umani (soffermandosi anche sul caso di Lecce).
Nel Maggio 2004 il giornalista Fabrizio Gatti, che quattro anni prima aveva condotto la coraggiosa inchiesta sul CPT milanese di Via Corelli, fingendosi immigrato e facendosi internare nella struttura, viene condannato a 20 giorni di reclusione per “falsa dichiarazione di identità”. La condanna, però, non ferma le denunce contro l’istituto dei CPT: che, anzi, si moltiplicano in tutto il paese, provocando un diffuso e generalizzato malcontento.
Ed è ancora la Corte Costituzionale a dare uno sbocco concreto alle proteste: con la sentenza n. 222 del 2004, la Consulta non interviene nel merito della questione dei CPT, ma trasforma radicalmente le procedure di espulsione. L’articolo 13, comma 3 bis del Testo Unico sull’Immigrazione, introdotto dalla Bossi-Fini, stabiliva come noto sia l’immediata esecutività del provvedimento espulsivo, sia la convalida dell’allontanamento, da parte del giudice, entro le successive 48 ore. Di fatto, il giudice convalidava (o meno) l’espulsione quando lo straniero era già stato accompagnato alla frontiera dalle forze dell’ordine. Secondo la Corte, questa procedura vanifica le garanzie previste dall’articolo 13 della Costituzione, «e cioè la perdita di effetti del provvedimento nel caso di diniego o di mancata convalida ad opera dell’autorità giudiziaria». Nella sentenza, dunque, la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo in questione «nella parte in cui non prevede che il giudizio di convalida debba svolgersi in contraddittorio prima dell’esecuzione del provvedimento di accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa».
Dalle denunce di Amnesty alla scoperta di Lampedusa (2004-2005)
Le numerose denunce e inchieste sul trattenimento mostrano un aspetto che negli anni precedenti era rimasto in ombra, almeno alle opinioni pubbliche: la funzione promiscua di numerosi “centri”. In teoria, infatti, il CPT svolge un ruolo specifico – il trattenimento di immigrati irregolari in attesa di espulsione -, e i centri debbono essere costituiti, a norma dell’art. 14 comma 1 del Testo Unico sull’Immigrazione, «con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri per la solidarietà sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica». Nella realtà dei fatti, invece, gran parte dei centri trattengono non solo gli immigrati in attesa di espulsione, ma anche i richiedenti asilo (che secondo una legge in vigore dal 2005 dovrebbero stare in strutture specifiche), le vittime della tratta di esseri umani, nonchè gli stranieri che arrivano in Italia a seguito di sbarchi sulle coste soprattutto siciliane. In molti casi, cioè, la stessa struttura è utilizzata come centro di permanenza temporanea, centro di identificazione (per i richiedenti asilo) e centro di accoglienza per fronteggiare gli sbarchi: il che significa che le funzioni umanitarie e di accoglienza vengono assolte da luoghi detentivi e punitivi, quasi tutti costituiti in violazione della procedura di cui all’art. 14 comma 1 del Testo Unico.
Il 20 Giugno 2004, intanto, la nave dell’organizzazione umanitaria tedesca Cap Anamur, sistematasi al largo di Porto Empedocle per monitorare gli sbarchi di profughi sulle coste siciliane, raccoglie a bordo 37 persone, tutte provenienti dall’Africa subsahariana, stipate su un gommone che navigava nelle acque comprese tra la Libia e l’isola di Lampedusa. La Cap Anamur chiede alle autorità italiane la possibilità di portare in salvo i profughi, ma il Ministero degli Interni nega l’autorizzazione all’attracco e costringe i migranti – molti dei quali in precarie condizioni di salute – a rimanere al largo, a bordo della nave. Dopo 13 giorni di attesa, scanditi da comunicati di protesta di ACNUR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati), Caritas, organizzazioni umanitarie ed enti locali, alla fine viene autorizzato l’attracco, ma l’equipaggio della nave viene messo sotto arresto, mentre i migranti vengono trattenuti nel CPT di Agrigento. Il 15 Luglio, il Ministero dell’Interno nega l’asilo politico ai profughi: il Ministro Pisanu dichiara che si tratta semplicemente di clandestini da espellere, e il 22 Luglio un aereo deporta i migranti in Ghana. La vicenda della Cap Anamur, legata solo marginalmente alla questione dei CPT, ripropone nel dibattito nazionale il problema della detenzione dei migranti irregolari.
Il 20 Giugno 2005 Amnesty International presenta alla stampa un dettagliato rapporto sui CPT dal titolo Presenze temporanee, diritti permanenti. Il rapporto contiene dettagliate denunce di persone detenute nei Cpt e sottoposte ad aggressioni fisiche da parte di agenti delle forze dell’ordine e del personale di sorveglianza e alla somministrazione eccessiva e abusiva di sedativi e tranquillanti. «Molte persone» – spiega Amnesty, nella conferenza stampa di presentazione dell’inchiesta – «incontrano difficoltà nell’accedere alla consulenza di esperti, necessaria a contestare la legalità della loro detenzione e del relativo ordine di espulsione. La tensione nei centri è alta, con frequenti proteste, inclusi tentativi di fuga e alti livelli di autolesionismo. I centri sono spesso sovraffollati, con strutture inadeguate, condizioni di vita contrarie alle norme dell’igiene e cure mediche non soddisfacenti».
Nell’Estate 2005, intanto, si moltiplicano gli sbarchi sull’isola di Lampedusa: già all’inizio di Giugno, le cronache segnalano che il locale CPT – che ha una capienza massima di 190 persone – è arrivato ad ospitarne quasi 600. La RAS (Rete Antirazzista Siciliana) – un cartello di associazioni impegnate per i diritti dei migranti – lancia un appello “Per un’Estate di lotta in Sicilia”, e organizza un campeggio-presidio a Licata nonchè una presenza a Lampedusa per monitorare le attività del CPT. L’iniziativa della RAS, preceduta da alcuni video-inchiesta sui rimpatri illegali dall’isola, prodotti tra il 2004 e il 2005 (e che tra l’altro avevano sollecitato, nella Primavera 2005, una dura presa di posizione del Parlamento Europeo contro l’Italia), riesce a catalizzare l’attenzione dei mass-media sul CPT di Lampedusa.
Il 15 Settembre approda sull’isola una delegazione di europarlamentari di tutti gli schieramenti politici, nell’ambito di un giro di verifiche informative sulla detenzione dei migranti programmato dal Parlamento UE: i delegati trovano nel centro – ripulito e “svuotato” per l’occasione – appena 11 migranti. L’operazione di “ripulitura”, effettuata per nascondere ai parlamentari la realtà del centro, viene accuratamente documentata da una troupe televisiva de La7, che alla vicenda dedicherà un’apposita trasmissione di inchiesta il 22 Ottobre.
Il 6 Ottobre 2005, il giornalista Fabrizio Gatti pubblica uno sconcertante reportage proprio sul CPT di Lampedusa. Come già aveva fatto in Via Corelli a Milano, il cronista si finge clandestino, si dà persino un nome di fantasia (Bilal, di etnia curda) e si fa internare nel centro. Il racconto dell’esperienza vissuta è drammatico. «Tu non vieni dalla Turchia, tu arrivi dalla Libia. E quella scritta in arabo lo dimostra. Noi adesso ti rimandiamo da Gheddafi», minaccia un’operatrice del centro, mentre un suo collega le chiede «ce lo lascia un attimo che lo portiamo nella sala delle torture?». «Centinaia di immigrati», prosegue ancora il racconto, «sono seduti sull’asfalto in fila […]. Due rigagnoli di liquido violaceo escono da una porta a destra, […] il liquame puzza di urina e fogna. “Seduti”, urla uno dei carabinieri, […]. “Ma qui in fondo è una schifezza”, dice il collega […]. “Il maresciallo ha detto di farli sedere. Sit down”, grida più forte il primo e sorprende un immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in pelle. […] Per evitare botte bisogna rassegnarsi e bagnarsi». «I gabinetti», narra ancora Fabrizio Gatti, «sono un’esperienza indimenticabile. […] Docce con gli scarichi intasati, quaranta lavandini, e otto turche di cui tre stracolme fino all’orlo di un impasto cremoso […]. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c’è elettricità, non c’è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. […] E non c’è nemmeno carta igienica: bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi».
(segue)








Sono informazioni molto interessanti e pco conosciute.
Ciao