Una lettrice di «City», il quotidiano in distribuzione delle metropolitane e nelle stazioni, ha letto il mio articolo sui Rom pubblicato sul numero del 16 Maggio, e mi ha scritto una risposta che ho trovato piena di veleni e di pregiudizi. La pubblico comunque, perchè penso che dia voce a quel che si dice in giro in questo periodo: e perchè sono convinto che meriti una risposta precisa e circostanziata. Di seguito la lettera della signora, e le mie osservazioni.
Caro sig. Bontempelli, ritengo che il Suo articolo, pubblicato su City lo scorso venerdì 16 maggio, intitolato «Contro i Rom le stesse accuse rivolte agli Ebrei», costituisca un’offesa nei riguardi degli Ebrei, degli immigrati onesti e degli Italiani tutti. Lei si firma esperto d’immigrazione ma si dimostra ignorante di storia. Quando si fanno certe affermazioni bisogna anche spiegare che lo sterminio degli Ebrei, dalla «Santa» inquisizione in Spagna ad opera di Torquemada fino alla deportazione nazista, servì principalmente, dietro l’eresia di una pulizia sociale, a risanare le casse dello stato in periodi di fragilità economica. Gli Ebrei furono i prescelti perché da sempre furono instancabili lavoratori e quindi ricchi, e buoni da derubare perché non avevano alle spalle uno stato che li proteggesse.
Ma perché parla solo di Ebrei? L’accusa di rubare i bambini e usare il loro sangue per riti magici fu mossa anche contro 50.000 donne, solo in Europa, scomode o dal patrimonio interessante, dichiarate streghe e arse vive o uccise in qualche altro modo tra il medioevo e il ‘700. Perché non ne parla? E perché non parla dei Russi, dei Polacchi, degli Armeni, dei Curdi (di questi non ne è rimasto vivo neanche uno!), dei Rom e di tutti quelli che morirono nei lager nazisti assieme agli Ebrei? Il Suo articolo offende anche la loro memoria. Vede, qui bisogna analizzare gli eventi, altrimenti si rischia di fare paragoni pesanti e pericolosi.
La casa dei miei genitori è stata derubata due volte da donne rom. In entrambi i casi le Rom sono state prese, praticamente sul luogo del furto, mentre tentavano di fuggire, ma avevano già trovato il modo di nascondere la refurtiva, soldi e qualche gioiello. In entrambi i casi le Rom deridevano i carabinieri e, insultandoli, facendosi beffe di loro, esternavano tutta la loro soddisfazione nel dire che quei poveracci non potevano fare nulla se non riuscivano a trovare la refurtiva. A questo punto mi viene da chiederLe: gli Italiani sono un popolo di idioti? Le forze dell’ordine sono una massa di idioti? Io penso di no, e Lei, signor esperto d’immigrazione? Io penso che ci sia qualcosa da cambiare a monte. Perché, Le spiego che, qualora Lei non si sia arricchito della stessa esperienza, più del danno subito, brucia il sentimento dell’ingiustizia subita, il sentimento dell’impotenza; e più di tutto brucia l’insegnamento che ne deriva: che in questo paese l’onestà non paga. Ciò non giustifica i roghi di Napoli, ma spiega la rabbia della popolazione “civile”.
Una mia zia ungherese, avvocato, che vive tra l’Italia e l’Ungheria, patria di Rom, dice che nel suo paese questi, per sostentarsi, oltre a compiere qualche furto, devono per forza lavorare, come tutti quelli che vogliono mangiare onestamente, del resto, perché la polizia è severa e le carceri sono amare. Dice anche che promettere il carcere qui in Italia vuol dire offrire vitto, alloggio e protezione, a spese dei contribuenti, a molte persone che altrimenti dovrebbero lavorare. Punti di vista, Lei dirà.
Ma Lei ha mai visto un Rom lavorare in Italia? Nessuno lo ha mai visto. Nel nostro paese i Rom vivono di criminalità.
Qui in Italia gli Ebrei, assieme a tutte le persone oneste, italiane e non, di solito, attenzione, scrivo «di solito», prendono i mezzi pubblici, pagando il biglietto, per andare a scuola o al lavoro. I Rom, «di solito», viaggiano gratis per rubare il portafoglio dei passeggeri.
Vede, sig. Bontempelli, gli Italiani non sono stanchi dei Rom ma della criminalità e dell’ingiustizia in genere. Si trovano in un momento di fragilità economica ma non vogliono bruciare delle persone per prendere i loro soldi, no. Anche se d’altro canto queste persone hanno sempre preso i loro… no. Però forse pensano che anche i Rom, se vogliono accamparsi da qualche parte, dovrebbero cominciare a pagare la piazzola per la tenda o la roulotte, il posto auto, la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, del sapone. Se vogliono godere dei servizi sanitari e delle scuole, allora dovrebbero cominciare a lavorare e a pagare le tasse.
Con quale argomentazione Lei fa un parallelo tra Ebrei e Rom? Vuole paragonare i lager nazisti ad altri campi di sterminio? Bene, allora perché non parla dei campi di concentramento costruiti in questi anni nel nord della Cina per i detenuti del Falun Gong, allora? Perché nessuno ne parla? Campi di sterminio con una capacità fino a 50.000 persone, che non vuol dire 50.000 morti ma 50.000 morti a turno! Ma che c’entrano tutti questi poveri morti con la criminalità che gli Italiani sono stanchi di subire e da cui tutti gli altri stati d’Europa si sono da sempre difesi? Lei infanga la loro memoria con la sorte di persone che vogliono vivere senza lavorare, succhiando le risorse della gente che li ospita con il furto e l’assistenza gratuita. Tra tutti i paesi d’Europa, solo in Italia attecchiscono così bene i parassiti, autoctoni o extracomunitari che siano. E Lei sa che i parassiti si scelgono bene il terreno. Beh, allora, forse bisogna cambiare qualcosa nel terreno che li ospita.
Vuole parlare di bambini? Per i rom i bambini sono mezzi di sostentamento, usati per chiedere l’elemosina, sono gli operai del furto, le piccoli api addestrate alla malvivenza, sottratti alla loro infanzia, allo loro vita, ai loro diritti di piccoli uomini. E questo non è forse come uccidere i bambini e succhiare il loro sangue? Le capita mai, sig. esperto d’immigrazione, di farsi una passeggiata a Roma, nelle stazioni metro, e di vedere, ogni pochi metri, bambini sporchi tenuti tutto il giorno immobili, stretti tra le braccia di donne rom sedute sui marciapiedi; o bambini di tre, quattro, cinque anni che suonano strumenti stonati accompagnati da un ragazzino più grande con un piattino in mano? Le capita mai di vedere bambine rom di dieci anni, sporche, coperte d’oro e incinte, sottratte alla scuola, alla possibilità di scegliere un’altra vita? Queste immagini non giustificano i roghi di Napoli, sig. Bontempelli, ma spiegano l’indignazione della popolazione “civile”, Ebrei compresi. Forse la gente non è stanca dei Rom, ma è stanca di queste immagini, e ha paura per i propri figli.
Arginare la criminalità dei Rom significa anche occuparsi di questi bambini, non con i roghi, magari, ma il male è estremo e forse occorrono misure estreme. Un governo che fosse anche padre riuscirebbe a far capire ai genitori rom che la criminalità si può sostituire con il lavoro, il lavoro minorile con l’educazione; e questa è la speranza di tutti gli italiani, mi creda, non quella di bruciare i Rom. E gli Ebrei non c’entrano, lasciamoli stare per una volta.
Queste non sono leggende, caro signore, questi sono fatti vissuti e stravissuti, sperimentati e strasperimentati dalla gran parte degli Italiani e degli immigrati onesti, per decenni, a prescindere dal partito, dal culto, dalla razza e dalle idee in cui ogni singolo si riconosce; fatti che hanno portato la popolazione civile all’esasperazione, a non essere più civile, forse pure alla follia omicida ingiustificata. Provi a immaginarsi un cane che, nel tentativo di liberarsi delle zecche, si gratta a sangue e si morde fino a morirne: capirà tante cose.
Elena Scarfagna
(Cittadina italiana che vorrebbe mettere su famiglia, possibilmente senza essere costretta ad emigrare)
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Gentile signora,
in ogni discussione, anche la più dura, ci sono dei limiti che non bisognerebbe mai oltrepassare: limiti che attengono al rispetto reciproco, alla civiltà, alla decenza, alle regole elementari del vivere insieme. Prima di farle alcune osservazioni, vorrei partire proprio da qui: da ciò che, nella sua lettera, non può essere accettato, nè diventare oggetto di dibattito. In nessun modo, a nessuna condizione, per nessun motivo.
Lei scrive che «arginare la criminalità dei Rom significa occuparsi di questi bambini, non con i roghi, magari, ma il male è estremo e forse occorrono misure estreme». Bene, signora, questo non è accettabile. Anche ammesso – e non concesso, sia chiaro – che una giovane Rom abbia realmente cercato di rubare un bambino (si rende conto, signora, di cosa stiamo parlando?), anche ammesso che questo sia vero, quel che è accaduto dopo è che una folla inferocita – lei la chiama «la popolazione civile» – ha messo a ferro e fuoco un intero campo dove abitavano decine di persone del tutto estranee a quella vicenda. E lo ha fatto perchè la presunta colpevole del «rapimento» appartiene all’etnia Rom, e dunque ad essere punita – tra l’altro con mezzi sbrigativi e violenti, al di fuori di ogni regola del diritto – doveva essere l’intera comunità e non la singola responsabile. E siccome a casa mia questo si chiama pogrom, devo chiarirle sin da ora che i pogrom, sempre a casa mia, non hanno alcuna giustificazione. Che non esistono «misure estreme», magari sbagliate ma in qualche modo comprensibili. Lei non accetta alcuna attenuante per il comportamento che, con disinvolto uso di pregiudizi e di chiacchiere da bar, attribuisce ai Rom: ma se le regole valgono per tutti, se è inaccettabile che qualcuno non paghi il biglietto sul tram, sono inaccettabili a maggior ragione pogrom e violenze a sfondo razziale. Non possono esistere, su questo, due pesi e due misure: non si può essere feroci con chi si suppone che non paghi un biglietto, e indulgenti con chi si lascia andare a violenze da pulizia etnica.
Lei mi chiede se ho mai visto un Rom lavorare in Italia. Si, signora, ne ho visti tanti. Ho amici molto cari che, al semaforo dove chiedevano l’elemosina, sono stati assunti – al nero, e con paghe da fame – da datori di lavoro in cerca di manodopera “facile”. Abitavano sotto un ponte, senza acqua, luce nè servizi igienici. La mattina si svegliavano alle quattro, si allontanavano dalle loro baracche e andavano a dormire un paio d’ore nei campi all’aperto: così, in caso di un’irruzione della polizia, non avrebbero perso la giornata di lavoro, e non sarebbero stati licenziati. Ho accompagnato tanti Rom a cercare lavoro, ma non bisognava dire a nessuno dove abitavano: se si scopre che vieni da un campo nomadi nessuno ti assume.
Ho conosciuto anche tanti bambini, quei bambini per i quali lei mostra tanta attenzione. Molti di loro, assieme ai genitori, sono stati sgomberati dai campi e dalle baracche dove abitavano: costretti, per questo, a interrompere la scuola, a spostare le loro abitazioni precarie, a trasferirsi in luoghi sempre più inospitali e deserti. Quattro di loro, sgombero dopo sgombero, sono finiti sotto il ponte di un cavalcavia dell’autostrada, a Livorno. L’ha visto, signora, il luogo dove abitavano i quattro bambini morti nel rogo dell’Estate scorsa? Io si, l’ho visto: non c’è nulla intorno, non ci sono case, non ci sono luci (nemmeno quelle della strada), la notte l’unica fonte di illuminazione è la Luna, quando c’è. Quattro bambini sono morti, in quel luogo deserto. Forse non sarebbe successo se, invece di procedere agli sgomberi, si fosse pensato a quei bambini, alla loro vita, alla loro sicurezza, ai loro diritti.
Le tante emarginazioni, esclusioni e violenze che subiscono i Rom sono alimentate proprio dai discorsi di senso comune. Tutti sanno, tutti dicono che i Rom rubano, non hanno voglia di lavorare, portano i bambini a rubare, li sfruttano ai semafori. E siccome i Rom non hanno voglia di lavorare nessuno li assumerà mai; siccome rubano nessuno vorrà averli vicino casa; siccome sfruttano i bambini e li trasformano in criminali, quei bambini diventeranno una minaccia («piccole api addestrate alla malvivenza») e nessuno li vorrà a scuola coi propri figli. La maldicenza produce emarginazione e discriminazione.
Lei scrive che «lo sterminio degli Ebrei servì principalmente a risanare le casse dello stato in periodi di fragilità economica»: in altre parole, servì a chi comanda per continuare a comandare. Eppure si alimentò di dicerie, pregiudizi, stereotipi diffusi tra la gente comune. Ha notato che quasi tutti i partiti politici dicono le stesse cose che dice lei, signora? Non le viene il sospetto che anche i veleni diffusi oggi contro i Rom servano a chi comanda, per continuare a comandare indisturbato? Per distogliere l’attenzione da altri problemi? Ha visto come chi governa asseconda facilmente le richieste della gente in materia di sicurezza? Ha notato altrettanta solerzia e impegno su richieste di altro tipo, sui problemi del lavoro, della casa, dei pensionati che non arrivano alla fine del mese? Non le viene il sospetto – perdoni la franchezza – di essere presa in giro?
E se qualche Rom commette un reato – succede meno di quanto lei pensi, glielo assicuro – perchè non dovrebbe bastare la legge penale ordinaria, perchè bisogna pensare a provvedimenti eccezionali, a espulsioni generalizzate, a punizioni etniche? Dobbiamo far funzionare la giustizia, punire non i popoli, le etnie, i gruppi ma i singoli responsabili: rivolgendoci, possibilmente, non solo ai piccoli reati di strada, ma anche ai crimini dei potenti, di cui nessuno parla più. Forse non per caso.
Quanto al parallelo tra ebrei e Rom, se la cosa l’ha così tanto offesa e disturbata, le consiglio di rivolgere le sue ire non contro di me – che non conto nulla: le assicuro, è fatica sprecata – ma contro le comunità ebraiche, che in un recente comunicato hanno detto cose simili, in modo ben più documentato e autorevole di quanto possa fare io.
Un caro saluto
Sergio Bontempelli








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il pre-giudizio è tale perchè precede il giudizio, perchè non ha bisogno dei fatti per essere suffragato. il suo fine non è la ricerca della verità ma piuttosto una debole impalcatura fatta di frasi facili e inespugnabili perchè assunte per fede. mi ricordo di casi di genitori palermitani (avvenuti quando i rom non rappresentavano un’emergenza) che rifiutavano di mandare i propri figli nella stessa classe in cui c’erano bambini rom; la cosa ha anche un lato comico visto che alcuni bambini palermitani farebbero paura ai peggiori criminali(lo dico da palermitano). nessuno però ricorda questi episodi quando si parla di evasione scolastica dei bambini rom.
il problema attuale nostro è che, proprio per la natura affettiva dei ragionamenti razzisti, resistenti a qualsiasi argomentazione, l’ottimismo della ragione se ne va in soffitta. mi viene in mente il campo rom(o forse sinti?) di bolzano, acquistato dalle famiglie accampate, che pagavano regolarmente l’ici, che è stato bruciato quando gli abitanti erano andati a lasciare i figli a scuola o a lavorare. questa è forse la fotografia più tipica di quanto lo stereotipo non solo non coincida ma a volte cozzi con la realtà. oggi c’era un bell’articolo di ilvo diamanti sul tema
(http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/paura-seria/paura-seria.html). saluti compagni e solidali. complimenti per il blog
Nei “lontani” anni ‘70 avevamo, noi alunni delle medie, un testo di “attualità” dal titolo “PROBLEMI DEL NOSTRO TEMPO”. Non ricordo gli autori né la casa editrice. Ricordo invece con chiarezza gli argomenti contenuti in appositi capitoli: la violenza, il razzismo, la disoccupazione, l’inquinamento, il “terzo mondo”, la droga, la mafia.
Davvero, allora, eravamo convinti di esserci interrogati abbastanza, di aver riflettuto, di aver analizzato e compreso, che ci fosse tanto da fare ma che si potesse fare, di essere già partiti e quindi quasi arrivati.. almeno a metà strada.
Davvero, adesso, è una pena leggere lettere come quelle inviate a Bontempelli, è una pena leggere ancora e ancora e ancora le stesse (necessarie) risposte, risposte che sia io sia i miei coetanei erano già in grado di dare negli anni ‘70, all’età di 13, 14, 15 anni. Ma erano risposte date agli anziani, agli adulti nati tra le due guerre, erano risposte date agli analfabeti, agli abitanti di paesini sprofondati nel sud o nascosti tra le montagne. No di certo ad una signora con un buon grado di istruzione, che usa la metropolitana o viaggia in treno, insomma: ben integrata nel “nostro(?) tempo”.
Che il ‘900 sia morto può essere accettato come evento fisiologico, che non sia servito a NULLA no, non riesco ad accettarlo, davvero non riesco.
Signora, come tante/i, dalle idee confuse, confuse da qualche sofferenza a sua volta subita? dall’ignoranza? non tutti hanno la possibilità di studiare… e studiare poi che cosa? lei scrive benini, scolastico, luoghi comuni, ma benino…
confusa dall’incessante campagna di razzializzazione mascherata da informazione, dai pregiudizi forniti e venduti al suo posto.
Signora, ha mai conosciuto qualcuna delle persone di cui parla, che chiama ‘Rom’? ha mai pensato di parlarci, se vuole capire la situazione e poi eventualmente esporre pubblicamente i propri pensieri? si fida degli stereotipi che le regalano? attenzione!
ebrei perseguitati ingiustamente perché ricchi… perseguitare i poveri invece può andare… ma poi si sospetta che siano ricchi anche loro.: ‘coperte d’oro’… divertente!
criminalità e sicurezza: il vostro problema è che, come il cane che si gratta le zecche, votate dei criminali… e pensate che siano quelli giusti per darvi sicurezza ?
Come si fa a far leggere questo tipo di risposte alle persone che la pensano come la signora? city le pubblicherebbe? sono stufa di parlare a chi la pensa già come me e meglio di me, voglio parlare al di là dell’invisibile muro,
S.