Ancora un bell’articolo di Adriano Prosperi.
Rilevare le impronte ai bambini degli zingari è una misura razzista. Le proteste del ministro che le propone e dei molti che silenziosamente o rumorosamente le approvano ci mettono davanti al volto autentico del razzismo. Che non è quello mostruoso e abnorme che ci piace immaginare per nostra tranquillità: è quello pulito e rispettabile di tanti buoni padri di famiglia amanti della natura, dei cani e dei bambini, bene intenzionati nei confronti dell’ umanità, decisi a isolare, rieducare o sopprimere le frange irregolari, sporche, malate, deformi. Una parola dal suono e dal significato benevolo riassume tutto questo: eugenetica.
Basta visitare musei e centri di ricerca nelle capitali della scienza medica tedesca per trovarci davanti ai documenti lasciati negli anni dalla volontà di selezionare e migliorare la specie umana.
Eppure, come da sempre accade quando si parla di zingari, ebrei e altre vittime predestinate del razzismo, chi propone o difende certe misure non vuole che lo si definisca razzista. Ma la storia può aiutare a togliergli qualche illusione. Anche a un esame rapido e superficiale emerge che le misure scientifiche applicate al corpo umano sono una cosa diversa e recente, che spicca nel percorso millenario delle barriere di artificiali differenze alzate tra «noi» e «gli altri».
All’inizio ci furono quelle linguistiche. Sono l’esito più antico del tentativo di porci al di sopra di altri gruppi umani: «noi» parliamo, «gli altri» farfugliano, balbettano sillabe incomprensibili. Per questo li abbiamo chiamati «barbari».
Poi ci furono le barriere religiose: con l’avvento in Europa del cristianesimo come religione universale e obbligatoria, gli «altri» sono diventati gli «infedeli» se al di là dei nostri confini, gli «eretici» o i «giudei» se all’interno. Bisognò individuarli per impedire loro di contaminarci: le mura dei ghetti e un panno giallo sul cappello o una stella di David per gli ebrei, una tunica nera coi diavoli dipinti sopra per gli eretici. Se l’eretico o il giudaizzante finiva sul rogo, l’abitello restava appeso in luogo sacro a perpetuare la memoria e l’infamia. Oggi ne rimane qualcuno nei musei, documento di un passato lontano.
Ma prendere le impronte digitali è cosa diversa. Sir Francis Galton, il grande scienziato inglese cugino di Darwin e autore di un’opera fondamentale sulla classificazione delle impronte digitali (Fingerprints, 1892), non era razzista. Credeva nella scienza e nelle possibilità di sviluppo dell’intelletto umano. E tuttavia il metodo della rilevazione delle impronte trovò la sua prima applicazione nel 1897 in un’area dove la civiltà occidentale era decisa a modificare una cultura diversa: lo usò un ufficiale di polizia inglese nel Bengala. Dunque fin dall’inizio un metodo nato nell’ambito della ricerca scientifica fu usato su di un popolo dominato dall’Occidente e divenne lo strumento poliziesco per l’identificazione dei criminali.
Da allora le tecniche di misurazione dei corpi e di individuazione delle differenze dalla cosiddetta «normalità» si sono prestate all’impiego in funzione della selezione delle «razze» buone e dell’eliminazione di quelle «cattive».
Come ha spiegato il maggiore storico del razzismo moderno, George Mosse, nel mondo contemporaneo il razzismo tende a diventare il punto di vista della maggioranza. È un modo di vedere le cose che si è impadronito di idee di uomini di scienza non razzisti e le ha usate per imporre l’ideale di rispettabilità borghese e di moralità della classe media, fatto di pulizia, onestà, serietà morale, duro lavoro e vita familiare. Chi si distacca da quell’ideale è considerato un diverso, un essere pericoloso, un criminale in potenza. La sua esistenza è un attentato alla salute del corpo sociale, quell’individuo collettivo, quella entità gigantesca, preziosa, di cui siamo le membra e che siamo tenuti a proteggere. Se si può isolare scientificamente la diversità – ecco il sogno del razzista – il pericolo si può eliminare. Perché criminale si nasce, non lo si diventa. Come scrisse nel 1938 un avvocato tedesco destinato a grande fortuna, Hans Frank, «la biologia criminale, o teoria della delinquenza congenita, indica l’esistenza di un nesso tra decadimento razziale e tendenze criminali».
Ecco perché bisogna portare il bambino figlio di zingari davanti alla macchina che registrerà le sue impronte digitali. La sua è una razza degenerata, decaduta, dedita al nomadismo, all’alcoolismo, al furto. Lui non lo sa, ma noi sì. Prima o poi quella traccia schedata dalla polizia (o dai vigili? a loro la risposta) si rivelerà utile. L’occhio della legge non lo perderà di vista.
Già, l’occhio. La Giustizia ha tanti occhi e tante orecchie. Si discute da millenni se sia più importante l’udito o la vista. C’è chi l’ha rappresentata con la benda sugli occhi, in modo da garantire l’uguaglianza di trattamento a chi è ricco e a chi è povero, ai potenti e ai miserabili. Oggi la Giustizia italiana apre tutti i suoi occhi per guardare i bambini zingari mentre chiude gli occhi e si tura le orecchie davanti ad alcuni potenti. È un fatto nuovo e originale.
Si prendano dunque le impronte digitali agli zingari e ai loro bambini. Nelle linee della mano le zingare hanno letto per secoli il nostro destino, ora è venuto il tempo di leggere e decidere il loro. Quanto ai bambini, ci dicono che è per proteggerli. Non per tutti sarà possibile: quella bambina a cui fu messa in mano una bambola esplosiva le dita non ce le ha più.
Adriano Prosperi, in «La Repubblica», 1 Luglio 2007. Titolo originale dell’articolo «Il volto banale della xenofobia»







