Nei provvedimenti sulle impronte digitali ai bambini Rom c’è un elemento che non deve sfuggire: l’estrema povertà dei concetti chiamati a definire il «nemico». Con pervicace ignoranza, infatti, l’esecutivo e i suoi «esperti» continuano a considerare i Rom semplicemente come «nomadi», quando tutti sanno che questa immagine del mondo «zingaro» non ha nessun fondamento. L’ignoranza e la povertà di linguaggio sono la vera peculiarità della politica italiana su questi temi: ce lo ricorda un bell’articolo di Alessandro Simoni, dal Manifesto.
Con l’identificazione di massa dei rom lo «psicodramma zingaro» si è arricchito certo di un bel colpo di teatro. L’allarme per l’evidente contrasto tra principi elementari di non discriminazione e tutela dell’integrità personale, e quella che è un’operazione di polizia preventiva ufficialmente rivolta a uno specifico gruppo etnico, può far perdere di vista il quadro complessivo di cui questa vicenda non è che l’ennesimo tassello.
Non è solo del nostro paese l’esistenza di una radicata ostilità contro gli «zingari», che rappresenta per la destra un inesauribile serbatoio di consenso, a cui molta sinistra ha imparato a abbeverarsi quando utile. Non hanno nulla di specificamente italiano le difficoltà di formulare una politica coerente per l’inclusione sociale dei rom, e l’esistenza di fasi politiche in cui prevale a tale riguardo il paradigma della «sicurezza». Anche solo limitandosi a Francia e Inghilterra, gli ultimi anni ci mostrano abbondanti esempi di interventi legislativi molto severi sugli insediamenti. Una politica «di destra» in quest’ambito è concepibile, e non deve di per sé suscitare scandalo.
Un’effettiva specificità italiana è riscontrabile invece nella povertà del linguaggio e degli strumenti normativi utilizzati per tradurre in azioni concrete le posizioni politiche. Gli atti formali alla base dell’identificazione di massa dei Rom ne sono un validissimo esempio. Nel decreto di dichiarazione dello stato di emergenza, e negli atti da questo derivati, si parla di «comunità nomadi» e «popolazione nomade» per definire quelli che nelle interviste agli attori politici sono pacificamente «i Rom», compiendo una scelta terminologica con pesanti implicazioni culturali.
Non occorre essere antropologi per sapere che l’identificazione Rom/nomade non ha nessuna consistenza, nonostante la sua sopravvivenza nel giornalismo di bassa lega e nel linguaggio popolare, e sia dagli stessi Rom correttamente ritenuta l’ennesimo strumento di stigmatizzazione. Non è qui mera questione di politically correct. Le questioni identitarie e minoritarie si giocano proprio a partire dalle parole, e in primo luogo dal vocabolario delle istituzioni. Se si ritiene che vi sia un problema di mobilità girovaga da regolamentare, lo si faccia secondo le proprie visioni politiche, come è stato in Inghilterra e Francia, ma in quanto tale, senza confonderlo con una vera o presunta identità etnica.
Altrimenti il sospetto è legittimo che la confusione sia ricercata, come fu in altra epoca per la famosa legge francese sui nomades del 1912 che introdusse per chi rientrava in tale categoria l’obbligo del «libretto antropometrico» (con relative impronte…). Prescrizione che qualunque testo dell’epoca pacificamente riteneva rivolta agli tsiganes. Legge, tuttavia, che in Francia è passata da quasi 40 anni alla storia, sostituita da un duro ma civile dibattito sulle sistemazioni per le gens du voyage.
Il fatto che il governo italiano possa mantenere questa ambiguità è rivelatrice di priorità politiche profonde. Da un lato, la questione zingara non è vista in termini di bilanciamento di interessi, ma come sottolineatura dell’assunta intrinseca pericolosità di un gruppo senza mantenere per le istituzioni quell’obbligo di proporzione e contenimento della propria azione che è una della basi della tanto decantata «legalità». Dall’altro, la questione della posizione della minoranza Rom rimane un tabù che l’attuale maggioranza avverte di non poter gestire senza rischiare di intaccare la vecchia «rendita di posizione» costituita dalla ziganofobia.
Ancora una volta, il modo in cui lo stato si pone rispetto ai Rom ci dice poco sui Rom, ma molto su meccanismi di uso incontrollato della macchina del diritto che dovrebbero interessare a tutti, anche a chi per «Rom», «zingari» e «nomadi» non abbia simpatia.
Alessandro Simoni, «Il Manifesto», 5 Luglio 2008. Titolo originale dell’articolo: «Sulla questione rom il linguaggio povero dell’Italia». Grazie ad Alessandro per avermi segnalato l’articolo (che mi era sfuggito)







