Nella notte tra il 10 e l’11 Agosto 2007, un incendio devastava le baracche di una piccola comunità di Rom rumeni, accampata sotto un ponte all’estrema periferia di Livorno. Nel rogo morivano quattro bambini. A un anno di distanza, i contorni di quella vicenda restano ancora poco chiari. Di seguito una mia ricostruzione, da «testimone» degli eventi successivi alla tragedia.
Sono le otto del mattino, quando – riaccendendo il cellulare – trovo numerose chiamate di Mihai, tutte delle sei-sei e mezza, e un messaggio ANSA, il servizio informativo via sms cui sono abbonato, con poche laconiche parole: «incendio nella notte in un campo nomadi tra Pisa e Livorno, muoiono quattro bambini». Forse dovrei collegare le due cose, l’agenzia e le chiamate di Mihai, ma non lo faccio: è Agosto, sono in ferie e non ho voglia di brutte notizie. Chiamo Mihai con l’intenzione di fargli la «ramanzina», deve smetterla di chiamarci a ore improponibili se non c’è una vera emergenza. Poi, al telefono, quello che non avrei voluto sentirmi dire: l’incendio è avvenuto nel campo dove ci sono Menji, Uca e gli altri, tutti i parenti di Mihai. Adesso non si sa dove sono, in nottata li hanno portati in Questura e non ne sono più usciti.
Chiamo Paola, l’unica volontaria di Africa Insieme rimasta a Pisa, e decidiamo di andare con Mihai a Livorno, per capire dove sono tutti gli altri. In Questura ci spiegano che li stanno interrogando. Dopo mezzora qualcuno comincia ad uscire, alla spicciolata: Elena ci racconta che c’è stato un incendio, sono morti quattro bimbi, e che i genitori sono finiti in carcere. Perchè sono stati arrestati? Hanno l’assistenza di un legale? Quando è stata fissata la prima udienza? Chiediamo in Questura ma non ci dicono nulla. Proviamo, il giorno dopo, ad andare in Procura con tutti i parenti rimasti liberi, per sapere almeno quando ci sarà l’udienza. Nessuno risponde: ci chiedono di sederci e di aspettare. Due ore di attesa. Eppure, non dovrebbe essere difficile consultare almeno il calendario delle udienze. Poi ci spiegano che il PM vuole interrogare tutti, subito. Per legge possono farlo, ma è una prassi inconsueta: si tratta di persone che hanno vissuto una tragedia, che ora vogliono sapere dove sono i parenti, che urgenza c’è di interrogarli? Il contatto con le istituzioni di Livorno – Procura, Questura, Comune – sarà spesso così: fatto di disprezzo e di freddezza.
Pian di Rota e gli sgomberi
Avevamo conosciuto Damian e gli altri pochi mesi prima. Stavano al CEP, un quartiere periferico di Pisa. Come riparo per la notte, usavano le tubature dove viene fatto tracimare il fiume nei periodi di piena. Un luogo pericoloso e inospitale: eppure, i servizi sociali non si erano preoccupati di quella condizione, dove abitavano alcuni bambini e un malato in dialisi, Damian. Ci aveva pensato, a suo modo, Alleanza Nazionale, chiedendo lo sgombero. E il Comune aveva effettivamente allontanato le famiglie, costringendole a disperdersi: alcuni a Pisa, un nucleo a Livorno, a cui poi si sarebbero aggiunti altri parenti in arrivo dalla Romania. Nella città labronica, il gruppo aveva subito altri sgomberi e – per sfuggire alle attenzioni delle forze dell’ordine – era finito a Pian di Rota: sotto un cavalcavia, senza case vicino, senza luci (nemmeno quelle della strada). Un luogo pericoloso, dove nessuno dovrebbe abitare.
Il rogo dell’Agosto 2007 è – anche – il prodotto degli allontanamenti forzati, della segregazione sistematica dei Rom ai margini delle città. Eppure, nessuno ha imparato la lezione: dopo la tragedia, in tutta Italia si è proseguito con gli sgomberi, come se nulla fosse accaduto. L’unico a fare un passo indietro è stato il Comune di Pisa, il cui assessore Carlo Macaluso ha procurato un alloggio a Maria, Victor, Damian ed Elena. Dichiarandosi anche contrario agli sgomberi. Quell’assessore ora non è più in carica, il nuovo Sindaco l’ha sostituito con una giovane amministratrice che si fa chiamare «Cioni in gonnella» (Cioni è l’assessore fiorentino noto per la vicenda dei lavavetri).
La vicenda del rogo: molti punti interrogativi
Cos’è successo quella notte, forse, non lo sapremo mai. I genitori dei bambini, finiti in carcere, hanno parlato di un attentato. Poi hanno ritrattato tutto, cambiando versione da un giorno all’altro. Si sono contraddetti più volte e certo non hanno aiutato le indagini: troppo alto era il muro di diffidenza nei confronti di un mondo che percepivano come ostile e lontano. Alla fine hanno patteggiato la pena, e di tutta questa vicenda non si è più parlato.
Restano tutti gli interrogativi emersi in quei giorni. Si è parlato di un incidente, forse dovuto ad una candela. Ma come può una candela produrre un “muro di fuoco” così alto da lambire in pochi secondi la strada sopra il cavalcavia? Come è possibile che le fiamme si siano sviluppate con quella violenza? Un mozzicone di sigaretta, un piccolo fuoco spento con disattenzione possono, certo, incendiare delle baracche di legno: ma le fiamme si propagano in tempi relativamente lenti. E, d’altra parte, le indagini condotte dall’avvocato difensore hanno accertato numerosi episodi – proprio a Livorno – di incendi e roghi dolosi in alcune baracche e in luoghi frequentati da senza fissa dimora. Nessuno ha più indagato su quelle vicende, e il capitolo giudiziario si è chiuso. Forse troppo in fretta.
Informazione e discriminazione
Sin dal primo giorno, in Questura, abbiamo dovuto affrontare anche il problema della comunicazione. Il rogo di Pian di Rota era rimbalzato nelle agenzie stampa di tutta Europa, e Livorno, in quei giorni, era assediata dai giornalisti: volevano parlare con i Rom, visitare i campi, fare fotografie, intervistare i parenti in lacrime, entrare nell’intimità del dolore altrui. E ci chiedevano di fare da tramiti.
Non era facile. Da un lato, si doveva tutelare la riservatezza di persone che avevano subìto una tragedia di quella portata. Dall’altro lato, però, sapevamo che solo con una corretta informazione avremmo vinto la battaglia. In gioco non c’era solo la nostra piccola e tragica vicenda locale. Perchè l’accusa di abbandono di minore, rivolta ai genitori dei bimbi, si sarebbe inevitabilmente estesa ai Rom, a tutti i Rom: rafforzando il pregiudizio diffuso, e legittimando ulteriori ondate di xenofobia.
Eppure, quella vicenda è stata una delle poche, negli ultimi anni, in cui i mass-media nel loro complesso (con inevitabili eccezioni) hanno giocato un ruolo positivo. Perchè i cronisti non si sono limitati a diffondere i comunicati della Questura e della Procura: hanno verificato di persona, hanno sentito i parenti delle vittime, l’avvocato, le associazioni. E se la versione «ufficiale» – «è tutta colpa degli zingari, hanno abbandonato i bambini» – non è passata nell’opinione pubblica, o comunque non è passata del tutto, si deve a questo lavoro di inchiesta e di approfondimento.
Ricordando i quattro bambini vittime del rogo dell’anno scorso, devo perciò ricordare anche loro, i giornalisti. Dunque, non solo Paola Bolelli, con cui ho condiviso attimo per attimo tutta la vicenda. Non solo l’amico di sempre Andrea Callaioli – l’avvocato difensore delle famiglie – e la sua compagna Serena, che ci sono stati accanto in quel mese così difficile. Non solo gli attivisti di Osservazione – Piero Colacicchi e Nando Sigona in particolare – che ci hanno fornito il loro supporto. Non solo Pino Petruzzelli, attore e regista teatrale che ai fatti di Pian di Rota ha dedicato un capitolo del suo bel libro. Non solo Mercedes Frias, deputata sempre presente e attenta. Non solo l’ARCI, la cooperativa «Il Progetto» e le tante associazioni che ci hanno aiutato. Ma anche i cronisti che con noi hanno cercato di far luce sulla verità dei fatti. Paola Zerboni della Nazione, Luciano De Majo del Tirreno, i giornalisti del Corriere di Livorno e gli inviati dell’Unità e dell’ANSA (purtroppo non ricordo i nomi), Mario Porqueddu del Corriere della Sera, Stefano Galieni per Liberazione, e poi ancora Cinzia Gubbini, Carlo Lania e Riccardo Chiari per Il Manifesto, i compagni e amici di Senza Soste e tanti altri.
Una menzione davvero speciale – che non è una diminuzione per tutti gli altri – va però a Franca Selvatici, inviata per La Repubblica: la sua presenza costante e discreta, il suo coraggio professionale e la sua partecipazione anche umana hanno rappresentato un contributo decisivo alla nostra battaglia.
Per approfondire:
- Rassegna stampa sul rogo di Livorno
- Il rogo di Livorno, un po’ di chiarezza. Articolo di Sergio Bontempelli e Paola Bolelli, Il Manifesto, 25 Agosto 2007
- Approfondimenti dal sito Romano Lil







