In questo articolo pubblicato il 10 Agosto sul Corriere di Livorno, Pardo Fornaciari fa il punto sui tanti elementi rimasti oscuri della tragedia di un anno fa (l’incendio dove morirono quattro bambini Rom).
A costo di ritrovarmi apostrofato una volta di più come un laudator temporis acti, cioè un estimatore del buon tempo antico, non posso far a meno di ricordare che Cesare Beccaria scrisse a 26 anni un aureo libretto, Dei delitti e delle pene, col quale erano gettate le basi del moderno diritto penale, in tante parti del mondo ancora inapplicato. Venne a stamparlo a Livorno, città allora libera e d’avanguardia, dallo stesso tipografo della Encyclopédie di Diderot e d’Alambert.
Era il 1764 e Beccaria chiariva come siano inutili la pena di morte per dissuadere dal commettere reati e la tortura per acquisire prove. Ribadiva anche un concetto giuridico per la verità non nuovo: la confessione di un accusato non può esser considerata di per sé prova di colpevolezza.
Un anno fa Eva, Danchiu, Mengij e Lenuca, bimbi zingari tra 4 e 12 anni, finirono bruciati nel loro accampamento alle porte di Livorno. Alla fine di una vicenda allucinante, i loro genitori (prontamente arrestati grazie alla solerzia di un sagace investigatore) finirono col confessare la loro colpa, quella di averli lasciati incustoditi. Nel nostro diritto da alcuni anni è stato introdotto infatti l’istituto del patteggiamento: ti dichiari colpevole (che è come confessare la tua responsabilità), prendi meno anni di galera. Con tanti saluti alle osservazioni di Cesare Beccaria.
Ma tanti saluti anche alla ricerca della verità effettuale dei fatti, che non sempre coincide con la verità giudiziaria. Per tornare agli zingari, è un fatto che i genitori dei bimbi, appena arrestati, dettero, separatamente tra di loro, una convergente versione di quel che era accaduto. E’ un fatto che, scarcerati dopo alcune settimane, ritrovatisi insieme, cambiarono versione, ed in base a questo vennero condannati per abbandono di minore. Per ritrovarsi quindi liberi con la condizionale. Due versioni, quindi; forse qualcuna di più…
Sta di fatto che la terribile fiammata che abbruciò la capanna e i bimbi che vi eran dentro fu così virulenta ed improvvisa che agì come una bomba incendiaria, senza lasciare tracce di nerofumo ed anzi calcificando i corpi dei bimbi come quelli delle vittime del Vesuvio a Pompei. Non risulta che si siano fatte indagini in direzione del tipo di innesco del fuoco; non era più necessario né possibile, dal momento che dopo essersi ritrovati assieme (e quindi, dopo aver concordato tra di loro l’ultima versione da dare) gli zingari avevan confessato che era stata una candela caduta a dar fuoco a tutto…
C’è bisogno di essere lettori di romanzi gialli per sentire il puzzo di bruciato? Ma per i lettori di romanzi rosa, vorrei ricordare che dal Natale dell’anno prima del rogo dei bimbi a ierl’altro (sì, ierl’altro, 7 agosto 2008, due auto aziendali date alle fiamme), a Livorno usa adoperare il fuoco per risolvere i problemi propri ed altrui.
Uno stillicidio di incendi contro persone e cose che è difficile attribuire al caso. Se c’è gente che ritiene di poter impunemente dar fuoco a dei senza casa sotto il Palazzo Grande (28 Dicembre 2006), o di bruciare la roulotte di un marginale livornese (13 Marzo 2007), o di vendicarsi di una rivale in amore (via Michon, inizio agosto 2008 ) o che altro, vuol dire che c’è un problema.
Che questo problema sia l’esistenza di una banda di assassini in libertà, o un clima comportamentale orientato all’uso della fiamma per offendere persone percepite come nemiche o sanare torti che si immagina di aver subito, questo è da discutere. Ma che se ne discuta, che si sciorinino i panni, e finalmente si lavino. Smettiamola di immaginarsi di essere quello che non siamo. C’è un problema, e neanche piccolo. Discutiamone una buona volta.
E poi, un’altra cosa. La violazione dei principi del Beccaria è dovuta ad una sciagurata imitazione di certi canoni del diritto anglosassone, e la magistratura locale non c’entra nulla. Ma le notizie dovrebbero poter entrare, oltre che uscire, da certi uffici: e se sagaci e solerti magistrati ci indagassero sopra, non sarebbe male, visto che ci troviamo in continuazione i vigili del fuoco sotto casa.
Paolo Edoardo Fornaciari, Il Corriere di Livorno, 10 Agosto 2008. Titolo originale dell’articolo «Ma quel rogo resta ancora un’ombra»







