Il «Sole 24 Ore» pubblica i dati statistici relativi ai reati nel primo semestre del 2008: e, ancora una volta, i tassi di criminalità risultano in calo pressochè ovunque. Ma la spiegazione fornita dal giornale di Confindustria – secondo il quale potrebbe trattarsi dell’effetto dei «patti sulla sicurezza» – non trova riscontri convincenti: lo dimostra il caso, piccolo ma significativo, di Pisa, dove non è stato firmato alcun «patto» ma i reati sono calati lo stesso. Sarebbe forse venuto il momento di ripensare un po’ la «sbornia securitaria» che ha travolto la politica negli ultimi mesi. E di cominciare a guardare con altri occhi questi fenomeni.
«Anche i reati sembrano entrati in una fase di recessione»: è il commento del Sole 24 Ore del 1 Dicembre ai dati sull’andamento della criminalità per quest’anno. Prosegue il calo iniziato già a metà 2007 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 14 agosto 2008), con una «frenata» del 10% nel primo semestre del 2008 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Ma a cosa si deve questa (ennesima) riduzione dei tassi di criminalità? Il Sole 24 Ore ipotizza che «i “patti per la sicurezza” firmati in alcune città o l’esaurimento dell’effetto indulto [...] possono in parte spiegare questa flessione». Ma i conti non tornano: e il nesso di «causa/effetto» che dovrebbe legare i «patti per la sicurezza» (la causa) alla diminuzione della criminalità (l’effetto), pur formulato in modo cauto e interlocutorio dal cronista, non è in alcun modo convincente.
I «patti per la sicurezza», partoriti dall’allora Ministro Giuliano Amato, hanno riguardato le grandi aree metropolitane (Roma e Milano) e alcune città di medie dimensioni (Bari, Bologna, Cagliari, Genova ecc.). Ne erano esclusi, invece, i centri più piccoli: tanto che alcuni Sindaci hanno dato vita nella primavera scorsa alla cosiddetta «Carta di Parma», un documento politico che chiedeva di estendere le politiche di ordine pubblico alle città minori. Le trattative tra i firmatari di quel testo e il Ministero si sono protratte per un po’ di tempo, e solo nel Giugno 2008 Roberto Maroni ha dato il suo assenso. Dunque, se ci fosse un collegamento tra i patti per la sicurezza e i tassi di criminalità, i reati dovrebbero diminuire – nel primo semestre 2008 – solo nelle città più grandi.
E invece, è proprio il quotidiano di Confindustria a riconoscere «un miglioramento che interessa pressoché tutto il territorio nazionale: solo per sei province (Trieste, Brindisi, Messina, Palermo, Cagliari ed Enna) emerge una lieve crescita dei fatti delittuosi». In tutti gli altri centri si registrano diminuzioni significative.
Mi interessa, in particolare, il caso toscano, che può servire da esempio più generale. La flessione dei reati si registra un po’ ovunque: Prato -4,9%, Pistoia -5,3%, Lucca -12,3%, Livorno -15,4%, Grosseto -6,5%, Massa Carrara -0,1%, Arezzo -16.3%, Siena -2,7%, Firenze -16,5%. A Pisa, dove da mesi monta una campagna sulla (presunta) emergenza sicurezza, i reati calano del 5,3%. Solo La Nazione riesce a scrivere un incredibile articolo in cui, a fronte di questi dati, si sostiene che la Toscana sarebbe «in piena emergenza criminalità, malgrado le percentuali in calo» [!!!].
Certo, come ho cercato di spiegare più volte, le statistiche sulla criminalità vanno sempre valutate con grande cautela: sia perchè le cifre andrebbero confrontate su tempi lunghi, e non su periodi così brevi (pochi mesi, o pochi anni); sia perchè – in ogni caso – i dati si riferiscono alle denunce, e non ai reati in sè (difficilmente «misurabili»). Eppure, se una lezione si può trarre da questi numeri, è quella di diffidare dei nessi causali troppo «facili» tra i tassi di criminalità e le iniziative di contrasto («patti per la sicurezza», indulto o maggiori mobilitazioni delle forze dell’ordine). I fenomeni criminali hanno un andamento complesso, e dipendono da fattori estremamente vari: spesso estranei all’operato di polizia, carabinieri e Sindaci…
Chi studia seriamente queste cose, mantenendosi a una giusta distanza dagli umori elettorali, sa bene che le evoluzioni della criminalità hanno – semmai – delle connessioni con l’economia. Molti reati sono infatti legati ai consumi e agli stili di vita. «Il boom consumistico degli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale», ha scritto ad esempio il criminologo David Garland, «ha messo in circolazione svariate tipologie di beni mobili ad alto valore economico, che costituivano un obiettivo appetibile per i ladri. Più aumentava il numero dei beni in circolazione, più crescevano le opportunità di commettere reati [...]. E la generazione del baby boom, cresciuta in una cultura consumistica generalizzata che esprimeva desideri, aspettative e istanze che chiedevano immediata gratificazione, ha dato un ingente contributo alla crescita della criminalità» [cfr. D. Garland, La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo, Il Saggiatore, Milano 2007, pagg. 179-180]. Sono solo alcuni esempi dei nessi che possono esservi tra alcuni reati predatori (scippi, furti ecc.) e la condizione economica complessiva di un corpo sociale.
Mi sembra significativa, in questo contesto, la flessione particolare che hanno avuto nel 2008 proprio i reati predatori. I borseggi, ad esempio, sono arretrati del 24%, gli scippi del 21%, i furti d’auto del 19%, le truffe del 21%, le rapine dell’11%. «Nei periodi di recessione economica», spiega ancora il Sole 24 Ore in un box illustrativo, «con il calo dei consumi e la conseguente minore visibilità della ricchezza, anche la delinquenza dilaga un po’ meno».
E’ naturalmente, anche questa, una spiegazione parziale: non esaustiva, e forse essa stessa opinabile. E tuttavia, è assai più convincente e utile, rispetto alle altre che circolano nel dibattito politico. Continuare a discutere di indulto, di troppi «clandestini» in circolazione, di immigrazione come emergenza, di «patti (o pacchetti) sicurezza» come panacea di tutti i mali, non aiuterà a capirci un granchè. E i dati – questi dati, come tanti altri – stanno lì a dimostrarlo.








in effetti queste statistiche non fanno altro che confermare la mia idea che ” l’emergenza criminalità ” sia una necessità politica, un’operazione mediatica studiata parecchi anni or sono e divenuta strumento politico al momento giusto.
certo è pure il fatto che tentare di leggere le dinamiche sociali che si muovono dietro le statistiche è assai arduo e le argomentazioni che hai sottolineato sembrano solo sfiorare il problema… ma mi hanno comunque dato spunto per future riflessioni..